“ORIENTAMENTO SESSUALE”: LE PAROLE CONTANO

Commentavo poco fa su un social, la vittoria del primo sindaco transgender d’Italia e di come molti si trovino a dire o scrivere “non m’interessa con chi va a letto, ma se sarà un buon sindaco”. Rispetto al mare magnum delle volgarità e delle offese che si sprecano su questi temi, questo pare ancora un commento liberal, aperto, progressista.

E invece. E invece a me è sempre parso confusivo, limitante e fuorviante che ciò che una persona è sia descritto da come e con chi usa i suoi genitali. Come se il punto fosse quello. Badiamo bene che le parole contano, non sono “innocenti”. Non si tratta di un’inezia linguistica. Le parole contribuiscono a costruire la realtà sociale. Per cui se io dico che X ha quel dato orientamento sessuale (omo o etero o altro non importa) lo definisco in base alla sua genitalità. Non certo nella sua complessità di PERSONA.

“Orientamento sessuale” è un’espressione novecentesca, antica, quasi “pruriginosa”. Non ha nulla di liberal o progressista. Le parole contano e sarebbe utile trovare un’espressione diversa per indicare chi siamo e chi amiamo. “Orientamento affettivo” potrebbe candidarsi a sostituto, perchè è più ampio e inclusivo. Comprende la gigantesca sfera emozionale oltre quella sessuale. È già qualcosa.

Se però volessi esprimere un desiderio per il futuro, mi augurerei che non ci fosse più bisogno di distinguere le persone sulla base del loro “orientamento sessuale”, così come sulla base della loro religione o etnia. Una persona è un insieme complesso di emozioni, bisogni, aspirazioni, ruoli e relazioni. Che non è facile ridurre e sintetizzare in un’etichetta. Soprattutto se quella (brutta) etichetta fa riferimento soltanto a un’area circoscritta del nostro corpo.

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