SINDROME DA MANIPOLAZIONE AFFETTIVA, PARLIAMONE

manipolazione affettiva

Succede che ti senti in ansia e totalmente incompreso/a da chi invece dovrebbe proteggerti e amarti. Sei accusato/a di colpe che fatichi a capire. Al peggio, ti viene fatta una colpa anche di essere così come sei! E arrivi a dubitare di te, provi un senso crescente di confusione e malessere. È tutto normale?
No. Probabilmente sei nella morsa di un manipolatore, o di una manipolatrice. Può accadere in una relazione di coppia, tra amici, o anche in famiglia tra genitori e figli. La sostanza non cambia.

La manipolazione affettiva è una sorta di “gioco a due”, giocato da persone con caratteristiche complementari. Il “manipolatore” ha bisogno di mantenere il controllo e la percezione positiva di sé e di avere sempre ragione (a qualsiasi costo). La “vittima manipolata” è caratterizzata invece da un forte bisogno di fusione e approvazione, tanto da piegarsi al suo manipolatore, accettando tutto pur di non perderne il consenso.
Nei casi più gravi la manipolazione mette in discussione il senso stesso del sè della vittima. Del tipo: “Se non FAI questo per me, non SEI un buon figlio/amico/partner”.

Di solito non ci si accorge di essere manipolati, perchè i manipolatori sanno essere abili e accorti. Iniziano con piccole mosse di poco conto e pian piano alzano l’asticella senza che tu te ne accorga. Ti accorgi però di stare sempre più in ansia quando sei con questa persona. Cerchi di ignorare e tacitare questo malessere cercando “giustificazioni” per il comportamento del manipolatore, che chiede, pretende, controlla, giudica e sentenzia, ti dice cos’è bene e e cos’è giusto anche per te, sempre e solo onorando il suo punto di vista e mai il tuo o quello di altri. Ti ritrovi anche a difenderlo dalle critiche di chi magari vede ciò che tu ancora non vedi o non vuoi vedere. Fino a che, pur di non rinunciare al rapporto e deluderlo, finisci per sottometterti del tutto alla sua visione delle cose e al suo volere. Stando ancora e sempre più male.

E come succede tutto questo?
Il manipolatore (o la manipolatrice)
Ti fa sentire in colpa: rigira le tue parole per farti sentire sbagliato/a e in torto nei suoi confronti
È un aggressore “passivo”: non affronta le questioni in modo diretto ma girandoci intorno. Utilizza modalità subdole per farti capire che non accetta ciò che sei e ciò che fai. Non avanza mai critiche costruttive: le sue sono critiche mirate a umiliare, indebolire e metterti in una posizione d’inferiorità
Nega di aver detto o fatto cose che ricordi bene al solo fine di difendersi e confonderti, fino a farti dubitare di te e della tua sanità mentale (effetto gaslight)
Finge di volerti sostenere o aiutare ma poi boicotta le tue iniziative in maniera sottile o finge innocenti dimenticanze
Accentra l’attenzione sui suoi problemi sminuendo i tuoi: se tu hai mal di testa il manipolatore ha un tumore! Se hai avuto una giornata impossibile, la sua è stata catastrofica. Non ascolta mai davvero, non dedica attenzione e pretende sempre di essere al centro del gioco. Se glielo fai notare ti accusa di essere paranoico/a
Attribuisce ad altri la responsabilità dei suoi comportamenti: se si comporta male la colpa è sempre di qualcosa che hanno fatto gli altri, mai si assume la sua
Influenza lo stato d’animo degli altri attraverso il “ricatto emotivo” per cui tutti finiscono col preoccuparsi di non farlo/a arrabbiare, e col rimediare a ciò che lo/a infastidisce
Sa usare molto bene le parole: occasionalmente può lodarti o farti belle promesse e allusioni, a cui però non seguono mai fatti significativi. Solo parole, niente fatti!

Il meccanismo della manipolazione inizia in maniera subdola e prende piede nel tempo, con una velocità e una definitezza che dipendono direttamente dalla resistenza della “vittima”; così possiamo trovarci di fronte a manipolazioni discrete e occasionali che restano tali per mesi o anni, oppure evolvere rapidamente nel segno della violenza psicologica e fisica conclamata.

Ma com’è possibile sprofondare in queste relazioni senza accorgersene?
Spesso mi si chiede con legottimo stupore: “Ma com’è possibile che in tanti anni non me ne sia mai accorta??”
Se parliamo di relazioni di coppia, il manipolatore inizialmente si presenta come una persona sensibile, brillante, molto interessata alle tue necessità. È un gran seduttore (o seduttrice), ci sa fare! Gli serve per entrare nel tuo spazio personale e mettersi comodo/a. Ma nel corso del tempo diventa chiaro che l’unico scopo è garantire i propri interessi e mantenere potere e controllo su di te, in modo da averti sempre a totale disposizione, senza mai concedere nulla in cambio e nemmeno preoccuparsi di come stai e di quali bisogni hai tu.

Se la manipolazione diventa la modalità prevalente nel rapporto, inizierai a sentire che “qualcosa non va” e col tempo potrai sperimenta uno o più di questi sintomi (che costituiscono quella che si potrebbe chiamare Sindrome da Manipolazione Affettiva):

• Incubi o sogni inquietanti ricorrenti
• Scarsa fiducia nel proprio senso della realtà (messo sempre in discussione dal manipolatore)
• Frequente sensazione di sconcerto o confusione
• Incapacità di ricordare i dettagli delle discussioni col manipolatore
• Sintomi ansiosi: disturbi gastrici, tachicardia, senso di costrizione al petto, attacchi di panico
• Sensazione cronica di frustrazione e insoddisfazione (perchè i propri legittimi bisogni sono sempre invalidati)
• Timore o agitazione in presenza del manipolatore
• Continui tentativi di rassicurare sè e gli altri che tutto va bene
• Senso di compromissione della propria integrità e dignità
• Gli amici e i parenti fidati esprimono preoccupazione e disappunto per questo rapporto, vedendo ciò che tu ancora non vedi
• Tristezza, fino alla depressione
• Rabbia e forte inquietudine

La Manipolazione Affettiva svilisce la persona che la subisce e la destabilizza profondamente, poiché tutti gli sforzi della vittima sono tesi a ottenere l’approvazione del manipolatore, a non deluderlo, a non perderlo, e così ci si trova a rinunciare a ciò che si pensa, a ciò che si prova, alla soddisfazione dei propri bisogni. Si rinuncia a se stessi per diventare la pedina perfetta del manipolatore.

Ricorda sempre che tutti possiamo essere vittime di manipolazione affettiva e questo non ha niente a che fare con la nostra “intelligenza”!
La manipolazione agisce sulle dinamiche affettive, sulle nostre emozioni più profonde, e per questo riesce ad aggirare le nostre “difese intellettive”.

Solo allenandoci alla consapevolezza di ciò che succede nella relazione, imparando a riconoscere gli schemi che si ripetono, puntando il faro sul comportamento tipico del manipolatore e la nostra reazione automatica a questo comportamento, diventiamo capaci d’individuare il gioco manipolatorio e togliergli potere. Se riconosco il gioco e non mi presto più a giocare, il manipolatore non ha più appigli, non può giocare da solo!

Se sospetti di essere vittima di Manipolazione Affettiva (in famiglia, in coppia o tra amici), trova la forza di parlarne e spezzare il gioco. E se hai bisogno di supporto, sono qui per ascoltarti.

I MIGLIORI ARTICOLI ARTICOLI DIVULGATIVI IN INGLESE CHE HO TROVATO:
1. https://www.talentsmarteq.com/articles/9-Signs-Youre-Dealing-With-an-Emotional-Manipulator-2147446691-p-1.html/
2. https://www.webmd.com/mental-health/signs-manipulation

Ph: Georgy Rudakov

SORELLANZA, IL SUPERPOTERE DELLE EXPAT

sorellanza il superpotere delle expat

Fare rete tra expat è vitale, come ci raccontano Silvia, Giulia e Irene.
E se sei proprio fortunata, troverai le migliori amiche di sempre…

Quando s’inizia una nuova vita all’estero da sole, sapere di poter contare su una rete di amicizie fidate, pronte a dare una mano quando serve, può fare la differenza. Perchè la sorellanza conta ed esserci l’una per l’altra è una garanzia.

Nella tua vita da expat conoscerai innumerevoli persone, alcune nate o cresciute proprio lì dove tu sei appena arrivata, e altre che si sono spostate come te dal tuo stesso Paese.
È importante rimanere connesse con le une e con le altre, ma a volte aiuta di più sapere di condividere lo stesso percorso e le stesse difficoltà. E aiuta potersi confidare nella propria lingua, certe che chi vi ascolta non ha bisogno di traduzioni nè linguistiche nè culturali.

Silvia, Giulia e Irene si sono felicemente trasferite dalla Lombardia a Berlino ormai da tempo, e condividono qui la loro esperienza e un po’ di consigli preziosi…

Silvia, bresciana e mamma di un bimbo di due anni, è musicista e cantoterapeuta.
Lavora con bambini e adulti e si è trasferita a Berlino nel 2016 per coltivare il sogno della musica e del canto, anche sfidando il volere della sua famiglia.
“Sono arrivata da sola a Berlino ma avevo già qualche amicizia sul posto: una coppia di miei cari amici, anche loro bresciani, il mio fidanzato di allora (tedesco) e la sorella di mia zia. Sono una persona molto estroversa e non ho fatto fatica a trovare nuove amicizie. Prima di partire mi sono informata a lungo sulla vita da expat a Berlino e l’ho fatto anche partecipando attivamente a gruppi Facebook dedicati. Devo dire che questi gruppi sono molto utili per trovare informazioni e contatti, aiutano a fare rete e non sentirsi sole.”

Ce lo conferma anche Irene. Milanese, danzatrice tribal-fusion, istruttrice yoga e mamma di un bimbo che va all’asilo. “Prima di vivere stabilmente a Berlino, ho vissuto per molti anni andando avanti e indietro tra Italia, Spagna e Germania. Quando ho deciso di fermarmi, nel 2014, non avevo grandi conoscenze in città, giusto qualche appoggio. È stata la danza a portarmi qui. Berlino è la metropoli perfetta per chi vuole lavorare in ambito artistico. Sono arrivata da sola, con la mia macchina e 300€ in tasca. Ho cercato contatti e informazioni nei gruppi Facebook, capendo in fretta che, più che spettacoli nei locali, a Berlino tutti fanno spettacoli in strada. Così seguivo e partecipavo a tutti gli eventi più interessanti legati alla danza e alla musica e ho conosciuto tanta gente, soprattutto expat italiani, ma anche sudamericani, israeliani, altri europei… A quei tempi ero l’unica performer a insegnare tribal fusion in tutta Berlino e partecipando a questi eventi artistici mi sono fatta conoscere e molti cominciavano a frequentare le mie lezioni. Così ho creato il mio giro qui e funziona tuttora molto bene.”
“Ho conosciuto Silvia a uno dei miei corsi (yoga post partum) e siamo diventate molto amiche perchè condividiamo la passione per la musica, la danza e le arti performative in generale. Tante cose ci legano: siamo italiane, siamo mamme single a Berlino, lavoriamo in campo artistico ed è stato naturale anche iniziare a collaborare… Abbiamo ideato dei workshop di yoga post partum abbinati a musicoterapia e cantoterapia per mamme e bebè”

Mi dice Silvia: “Contare su Giulia e Irene è sapere di contare su amiche che vivono le stesse difficoltà che posso incontrare io come expat italiana a Berlino, lottiamo per le stesse cose. E so anche di condivere con loro la stessa energia e lo stesso entusiasmo nel portare avanti un lavoro creativo. Qui è molto diverso che in Italia: ti senti supportata e stimolata da tutta la comunità artistica, c’è una sensibilità particolare e te ne accorgi. In Italia ti senti spesso sola perchè c’è molta competizione e poca condivisione.”

Giulia, fiera cremasca, è coreografa e performer di danza percussiva. Ha viaggiato fin da bambina in Italia e all’estero per seguire la passione della danza (prima classica e poi contemponanea). La sua passione è diventata ben presto un lavoro, con audizioni in tutta Europa. Prima di fermarsi a Berlino, Giulia ha vissuto e lavorato ad Atene per circa un anno in una compagnia di danza con ballerini anche diversamente abili.
Mi racconta: “L’esperienza ateniese è stata bellissima e mi ha dato tanto, ma a Berlino avevo costruito amicizie forti in collaborazioni artistiche precedenti e quell’energia mi mancava parecchio. Posso dire anch’io come Silvia che qui ho visto tanta più collaborazione che competizione. Ho amicizie forti nel mondo della danza anche in Italia, ma si tratta di amicizie storiche, amiche con cui ho condiviso la quotidianità per anni. Queste nuove amicizie berlinesi sono invece nate e cresciute in pochissimo tempo e questa cosa mi colpisce sempre! Ho capito che la metropoli ti porta a creare legami molto forti in brevissimo tempo, soprattutto in ambito artistico e soprattutto tra donne. Si crea facilmente uno scambio autentico e un senso di connessione. E stato così che mentre ero ad Atene una carissima amica israeliana, conosciuta solo un anno prima a Berlino, mi ha fatto sapere di opportunità interessanti di lavoro in città. E sono tornata qui. Per me Berlino è diventata una base, perchè nel frattempo ho continuato a viaggiare tantissimo per cogliere altre opportunità di danza e teatro in Europa. Quindi all’inizio lavoravo, cercavo casa e imparavo il tedesco. Proprio in un corso di lingua ho conosciuto un’altra ragazza italiana, che si chiama come me, è che è diventata una delle mie migliori amiche e poi anche coinquilina. Solo molti anni dopo essere arrivata a Berlino ho conosciuto Silvia, perchè il batterista della sua band lavora nella mia compagnia di danza percussiva e condividevamo la sala prove. L’amicizia con Silvia si è fatta più profonda quando è venuta ad assistere a un mio spettacolo e ha voluto diventare mia allieva. Intanto io l’avevo ascoltata cantare ed ero rimasta colpita da quanto talento avesse nelle corde vocali! E così abbiamo deciso di collaborare a un progetto che ho costruito appositamente per lei e per le mie allieve. Questa collaborazione ci ha unito tantissimo sul piano artistico e sul piano personale. Anche se non ci vediamo spesso, io so di esserci per lei e lei c’è per me. In momenti critici della nostra vita ci siamo confidate a cuore aperto, abbiamo ricevuto sostegno e forza l’una dall’altra. Non c’era nemmeno bisogno di chiedere di vedersi: semplicemente è successo.”

Essere all’estero da sole significa proprio questo: conoscere nuove persone sulle quali potrai contare e che in breve tempo diventeranno la tua “famiglia”.
Tu ci sei per loro e loro ci sono per te. Anche senza dirselo apertamente.
È difficile da credere per chi non ha mai vissuto da expat.

Irene e Silvia mi confidano che “quando arrivi a Berlino si parla in inglese tra noi expat, perchè pochi sanno il tedesco, che non è facile da imparare. Ma ad un certo punto se vuoi rimanere e hai un bambino da crescere da sola devi sapere bene la lingua.”
Anche Giulia mi parla di quanto sia importante imparare il tedesco e farlo frequentando dei corsi intensivi in presenza (pandemia permettendo) per conoscere altre persone che stanno facendo il tuo stesso percorso, magari connazionali, ma non per forza. L’empatia nasce quando si condividono le stesse tappe obbligate, quando ci s’impegna per superare gli stessi ostacoli e sai bene cosa sta passando l’altro. Conosci ciò che per cui sta lottando e ciò per cui gioisce: il senso di solidarietà scatta proprio qui!

È chiaro però che la lingua in cui ci si confida di più e meglio resta la propria madrelingua, che si porta dietro accenti, ricordi, emozioni e tratti culturali che non è facile replicare in una lingua appresa più tardi nella vita, anche se molto bene.
“Per questo” continua Irene “prima da sola, e poi con Silvia, l’idea è stata quella di organizzare gruppi di yoga pre e post partum in italiano per mamme italiane, perchè l’italiano resta per noi e per loro la lingua dell’empatia e della condivisione.”

Le storie appassionanti di Silvia, Giulia e Irene (e quanto ci sarebbe ancora da raccontare delle loro vite!) ci confermano ancora una volta che è bene dar retta alle proprie passioni e condividerle, che è bene aver sete di conoscenza e di nuove esperienze. E che non dobbiamo temere di far sacrifici per raggiungere i nostri obiettivi perchè in tutto questo non siamo mai sole… Il superpotere delle expat, la sorellanza, brilla più che mai!

Photo Credits:
Juan Saez per Irene (a sinistra). Puoi seguire Irene qui
Federica Villi per Silvia (al centro). Puoi seguire Silvia qui
Moranika Wetzig per Giulia (a destra). Puoi seguire Giulia qui

IL CIBO? …FACCIAMOCI PACE!

Mindful eating

Mindul Eating è letteralmente nutrirsi con consapevolezza.
Non è tanto la conoscenza di quali vitamine o quante calorie stiamo introducendo, o da quale lontano o vicino paese arrivi la nostra mela. Consapevolezza è conoscenza, ma non astratta. È la conoscenza incarnata, e cioè l’esperienza, di ciò che succede quando i nostri 5 sensi incontrano la mela, quando la gustiamo al palato, quando ci prepariamo a deglutirla. E’ l’esperienza di noi e della mela mentre la stiamo mangiando.
E’ un’esperienza solo nostra e si potrebbe perfino dire che l’esperienza di ogni mela che mangiamo è diversa dalle innumerevoli altre, se proviamo a prestare attenzione.

Mindful Eating è ri-appropriarsi di una relazione autentica e diretta col cibo: un po’ come quando eravamo piccoli e una mela era una mela e passavamo del tempo a esplorarla e imparare qualcosa di lei e di noi.

Tra le più gravi disfunzioni del nostro tempo, ci sono i disturbi del comportamento alimentare: obesità, anoressia nervosa, bulimia, ortoressia. Sono tutte patologie della relazione col cibo. Detto semplicemente, una mela non è più una mela che ci nutre. È sempre qualcos’altro. E quando una mela, un cioccolatino, o un pezzo di pane diventa qualcos’altro per troppo tempo, iniziano i problemi.

Attraverso la via del Mindful Eating possiamo spezzare un legame patologico col cibo per riscoprirne la sua funzione autentica. È una via indicata per tutti, specialmente per chi è curioso di avvicinarsi al cibo per scoprire (o ri-scoprire) in quali e quanti modi possiamo farne esperienza. Per provare a nutrirsi in un modo più autentico e completo, e cioè saziando la totalità del nostro esser-ci e non solo lo stomaco.

Mindful eating non è una dieta ipocalorica, un regime alimentare o un’insieme di regole. Non è un modo per controllare i morsi della fame. Mindful eating aiuta a ritrovare il proprio personale equilibrio col cibo attraverso la consapevolezza di cosa avviene e come ci sentiamo quando mangiamo. Per questo è adatto a tutte le età e le condizioni fisiche e non ha controindicazioni.

Mindful eating è conoscenza, esplorazione, consapevolezza. Nasce come derivazione della Mindfulness, che è osservazione e accoglimento dei nostri processi interiori, senza critica e senza giudizio. È esperienza del qui e ora, del come stiamo momento per momento, così come il Mindful eating è l’esperienza sensoriale ed emozionale del cibo che mangiamo.

Qualcuno obietta che, nella vita frenetica di oggi, prestare attenzione al cibo mentre mangiamo, così come prestare attenzione ai nostri pensieri e alle emozioni mentre si manifestano alla coscienza, è un lusso che non tutti possono permettersi durante la giornata. Scopriremo invece che basta poco: che non tutto un intero pasto, o non tutti i pasti, devono per forza consacrarsi al mindful eating. E che quel poco o tanto che facciamo ogni giorno diventerà parte di noi, tanto che mangiare in consapevolezza diventerà una buona abitudine che non prenderà più tempo delle altre!
All’inizio costerà qualche sforzo di attenzione e un po’ di tempo in più, per poi diventare una modalità pratica e fluente. Come quando s’impara una nuova lingua. Con la differenza che questa lingua non è del tutto nuova per noi, da piccoli la conoscevamo bene!
Mi ricordo che da bambina mi piaceva togliere la pellicina agli spicchi d’arancia o di mandarino solo per scoprire le tante minuscole vescicole al suo interno. Le separavo e ne mangiavo qualcuna singolarmente: la assaporavo per bene e poi mi decidevo a mangiare l’intero spicchio. Era divertente scoprire quanto fosse strano un frutto!
Facci caso: quante volte vediamo i bambini masticare un pezzo di pane all’infinito… per loro è gioco, è esplorazione, è apprendimento, è esperienza sensoriale, è nutrimento. Vorremmo che i bambini consumassero i loro pasti rapidamente e senza tanti intermezzi come facciamo noi… In realtà non è affatto una perdita di tempo! La loro esperienza del cibo sazia la sana e gioiosa curiosità di chi ha da crescere e imparare: è sapienza innata, che noi abbiamo zittito crescendo e pagando lo scotto di frustrazioni e squilibri.

Più che perdere o guadagnare peso, cucinare e mangiare in modo mindful ci consente di lasciare alle spalle tutta la fatica di un rapporto difficile col cibo e ritrovarne il piacere, il senso profondo e la gratitudine.

E se vuoi saperne di più…
“Mindful eating. Nutrire la mente, nutrire il corpo”
(audioguida con esercizi e meditazioni guidate)
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Per un percorso di Mindful eating personalizzato, scrivimi a pecorara@gmail.com

Photo: Henley Design Studio

AUDIOGUIDA PER L’INSONNIA: METODO CBT-I

AUDIOGUIDA PER L'INSONNIA: METODO CBT-I

Insonnia… Proviamo a sdrammatizzare?
Vediamo un po’. Hai provato a contare le pecorelle ma non funziona. Hai provato col bagno caldo e la musica soffusa prima di coricarti a letto e non funziona. Hai provato con la tisana rilassante e le campane tibetane. Poi hai visto per caso uno di quei format americani e ti sei persino lasciato cullare dal ronzio del phon. Nulla!
Come mai? Magari ti sei convinto/a che la tua sia un’insonnia “incurabile”

La verità è che tante delle strategie, o meglio pseudo-strategie, che mettiamo in atto sono inefficaci. A volte sono persino controproducenti: peggiorano la situazione e in più ci danno l’impressione che non ci sia nulla da fare!
Una per tutte: “sforzarsi di dormire”. O peggio, tentare di recuperare durante il giorno il sonno perso nella notte. E peggio che mai, autoprescriverci sonniferi!
Sì, facciamo tutto in buona fede, convinti che la cosa serva. Vogliamo risolvere il problema. Ma sono mosse che non funzionano e notte dopo notte l’insonnia ci perseguita.

Negli anni la Medicina del Sonno ha studiato alcuni esercizi, semplici ed efficaci, per ritrovare il sonno perduto e il piacere di dormire.
Si tratta del PROTOCOLLO COGNITIVO/COMPORTAMENTALE PER L’INSONNIA (metodo CBT-i). Un insieme di tecniche sperimentate da team di ricerca internazionali, le stesse proposte in tutti i centri di Medicina del Sonno

Se vuoi saperne di più, ho pubblicato una nuova audioguida per approfondire e praticare in autonomia gli esercizi che ho riassunto in 7 passi. Quali sono?
1. 
Diario del sonno
2.  Igiene del sonno
3.  Apprendimento per associazione
4.  Restrizione o compressione del sonno
5.  Intenzione paradossale
6.  Intervento cognitivo
7.  Mindfulness per l’insonnia
Sono alla portata di chiunque sia determinato a chiudere il capitolo della sua insonnia.

Dormire bene. Vincere l’insonnia in 7 passi
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Vuoi prima ascoltare il demo gratuito? Niente paura… Lo trovi qui!

E se hai domande, dubbi o curiosità, o vuoi intraprendere il trattamento CBT-i, scrivimi a pecorara@gmail.com

COPPIE MISTE: LA SFIDA DELLA COMPLESSITÀ

COPPIE MISTE LA SFIDA DELLA COMPLESSITÀ

Le relazioni di coppia sono sempre un terreno delicato d’incontro e di scontro.
E quando si proviene da contesti culturali e sociali differenti la sfida si fa ancor più complessa.
In un mondo che va sempre più “globalizzandosi”, è comune imbattersi in coppie miste. Basti pensare che negli Stati Uniti i matrimoni interetnici sono più che raddoppiati tra il 1980 e il 2010. E mentre crescono le storie d’amore che superano felicemente le barriere culturali, cadono anche le nostre. Tra i millennials, 9 su 10 ritengono che i matrimoni misti non siano affatto un problema, mentre nel 2009 lo pensava il 56% e nel 1987 appena il 13% della popolazione Usa (fonte Pew Research Data Center).

Cosa ci dice questa tendenza? Che le nostre vite sono sempre più mescolate e se un tempo i “bianchi” frequentavano solo i bianchi, i “neri” solo i neri e così via, oggi non è più così. Anche sul posto di lavoro è facile incontrare persone delle più diverse origini.
Il punto è che spesso si ha paura di ciò che non si conosce. E frequentare colleghi di altre etnie o amici che stanno in coppie miste ci porta a saperne (o volerne sapere) qualcosa di più, al di là degli stereotipi e dei pregiudizi. Ci porta a incontrare le persone nel mondo reale per ciò che sono come individui, più che per ciò che rappresentano per il colore della pelle o il taglio degli occhi. E così si scopre di avere tante cose in comune, più di quelle che apparentemente ci dividono. E magicamente la diffidenza iniziale si dissolve.

La storia di Sara è un ottimo esempio. Sara è di Napoli ma lavora a Milano da tempo nel campo della comunicazione. Conosce Ahmed nella birreria dove lui lavora come cuoco. È arrivato in Italia dall’Egitto ancora ragazzino, da solo.
Ahmed è musulmano, Sara si dichiara atea e sua mamma è una cattolica fervente. Le perplessità iniziali parevano legittime!

“Io, donna super indipendente, avevo paura che la sua cultura potesse limitarmi…” mi spiega Sara. “Il blocco iniziale è stata proprio la diffidenza reciproca. Lui pensava che io cercassi un diversivo, io che lui volesse comandarmi. Sono partita con mille preconcetti. Tanto per dirne una, ho subito chiarito che non mi sarei convertita e non avrei mai portato il velo. Poi lui mi ha raccontato che nemmeno le sue sorelle in Egitto lo portano. Ora conviviamo da tre anni, siamo innamorati e felici…
Io viaggio spesso per lavoro, sono una frana in casa e lui invece cucina e stira: insomma, chi lo direbbe mai? Può suonare strano a molti ma è la nostra quotidianità”.

Chiedo a Sara se nel corso della relazione siano emersi problemi dovuti a differenze culturali, al di là dei primi ingenui fraintendimenti della fase iniziale del rapporto.
“Il nostro scoglio più grande è sua madre. Il resto della famiglia mi ha accettato, mia mamma lo adora, ma sua madre ancora vorrebbe che il figlio ritornasse in Egitto a sposare una ragazza musulmana. Lui non rientra in patria da circa dieci anni per i problemi legati al regime militare, e non vede la madre da allora. Ahmed dice che quando lei potrà conoscermi di persona allora cambierà idea e mi accetterà… Io lo spero. Al momento questa è l’unica cosa che ogni tanto crea tensioni tra noi”.

Sara sta imparando l’arabo e leggendo il Corano, non per imposizione di Ahmed, ma per approfondire la sua cultura e le tradizioni della sua famiglia. E questa è proprio una delle chiavi principali per il successo di una coppia mista: essere aperti e curiosi della cultura dell’altro/a, mostrare interesse genuino per la lingua, le usanze, le storia, la letteratura. Perché il desiderio di conoscenza accorcia le distanze e moltiplica l’empatia.
“Non tutte le esperienze sono positive come la nostra, lo so bene. Secondo me molto dipende dalla volontà di comprendere davvero l’altra cultura e rispettarla” conclude Sara.

Impegnarsi per costruire insieme qualcosa che diventi “nostro” è la quintessenza di una buona relazione di coppia, qualsiasi coppia, nessuna eccezione. E quando storie di vita molto diverse s’incrociano, l’incontro può offrire ancora più opportunità di crescita , se solo sappiamo coltivarne la ricchezza di spunti e di visioni.
Fuor di retorica, le coppie miste sono la dimostrazione pratica, e spesso felice, che stare insieme celebrando e onorando le proprie differenze è possibile e auspicabile. Che le culture continuano a vivere, a fervere e rigenerarsi: non dentro camere a tenuta stagna, ma in un grande melting pot di genti, tradizioni e narrazioni tutte diverse, quasi mai incompatibili.

Possiamo pensare alle coppie miste un po’ come a laboratori in miniatura dove fermentano quei cambiamenti sociali e culturali che poi osserviamo nel mondo su scala macroscopica. È per questo che sono così interessanti!
Nessuno dice che sia sempre semplice, ma ne vale certamente la pena.
Se vuoi scrivermi la tua storia, puoi farlo qui: pecorara@gmail.com

MINDFULNESS, QUI E ORA

Minfulness Qui e Ora

Forse sai già cos’è la Mindfulness, magari ne hai letto su qualche rivista o hai visto qualche video su YouTube. O magari non ti suona per nulla familiare.
La Mindfulness è una pratica di consapevolezza, un allenamento graduale e costante a essere presenti qui e ora, con il corpo e con la mente. Significa vivere prestando attenzione ai pensieri, alle emozioni, alle sensazioni corporee, senza esserne sopraffatti.

Quando siamo travolti da ansia, stress, preoccupazioni, complesse pianificazioni o sogni a occhi aperti, la nostra testa lavora e lavora, ma è come lo facesse a vuoto: una ruota che sgomma nella sabbia. Siamo nervosi e non concludiamo nulla. Che fare?

La Mindfulness è una pratica utile a rigenerare la mente ogni volta che si desidera, per ritrovare pace e quiete. Come? Riportando la mente al respiro, allenandola a percepire ciò che accade dentro e fuori il proprio corpo. Prendersi il tempo di osservare i propri pensieri e le proprie emozioni, ed essere capaci di ritornare al respiro quando lo desideriamo, ci àncora al tempo presente, ci restituisce fiducia nelle nostre capacità, ci avvicina agli altri, ci dona benessere. Ha persino il potere di trasformarci!

La Mindfulness è uno strumento psicologico che trae ispirazione dalla meditazione buddhista, ma non ha a che fare con la religione o la spiritualità, non è un addestramento a pensare che tutto vada bene per forza, non è una buona idea da mettere in pratica quando ci si ricorda. Soprattutto, meditare allenandosi alla consapevolezza non significa smettere d’imbattersi nelle difficoltà: significa essere più pronti ad affrontarle. Mindfulness è un modo di vivere, un modo di essere. Essere presenti a se stessi nella consapevolezza dell’unico momento che ci sia mai dato: qui e ora.

Diversi studi condotti nelle più prestigiose università del mondo confermano i benefici della meditazione come pratica quotidiana. È clinicamente dimostrato che la terapia cognitiva basata sulla Mindfulness dimezza il rischio di depressione anche in coloro che ne hanno già sofferto nelle forme più gravi. È efficace almeno quanto gli antidepressivi ma senza gli inevitabili effetti collaterali. È talmente efficace che al momento è una delle cure più raccomandate dall’Istituto per la salute e l’eccellenza clinica del Regno Unito. Meditare regolarmente riduce i livelli di ansia, depressione e irritabilità stabilizzando il tono dell’umore, migliora la memoria e la concentrazione, accresce la resistenza fisica e mentale. La Mindfulness è efficace persino nel limitare l’impatto di condizioni difficili come il dolore cronico e il cancro. Lo dimostrano le numerose e concordi evidenze cliniche. In sostanza è una potente alleata per la nostra salute fisica e mentale, un fattore importante di prevenzione.

Sembra molto semplice e per certi versi lo è. Fermarsi, ascoltare, lasciare che sia e lasciare che vada. Può trattarsi di sconforto, di rabbia, di un pensiero cupo rivolto a qualcosa che ci aspetta, può trattarsi di un ricordo del passato che ancora ci fa male, persino di un dolore fisico… La sostanza non cambia, l’efficacia rimane.

Se vuoi iniziare a praticare la Mindfulness, puoi farlo subito e in autonomia.
Con Voce in capitolo edizioni ho pubblicato un’audioguida (versione CD e versione MP3) che include 7 meditazioni guidate.
p.s. La trovi anche su Audible (ascolta un estratto anche senza abbonamento), GooglePlayStore, Il Narratore e Storytel… Buon ascolto!

PSICOTERAPIA ON LINE: FUNZIONA?

psicoterapia online funziona

Non starò a fare tanti giri di parole. Sì, la psicoterapia online funziona e si sta diffondendo sempre più. Gli scenari del lavoro e le nostre stesse vite cambiano e le consulenze di tanti professionisti si adeguano. Vuoi per gli orari di lavoro che si dilatano, vuoi per le trasferte di lavoro sempre più frequenti, trovare un tempo e uno spazio liberi non è mai facile. C’è poi chi fa del viaggio uno stile di vita e appena può s’imbarca su un volo low-cost. Senza contare la rapida diffusione dei social e delle chat, che ci permette di restare connessi 24/24 h (o quasi). Perchè non approfittarne?

L’alleanza terapeutica, che è il fattore chiave del successo di una terapia psicologica, è indipendente dal mezzo di comunicazione usato tra terapeuta e paziente.

Pensa al grande lavoro di sostegno operativo e psicologico che svolgono da decenni enti come il Telefono Rosa o il Telefono Azzurro, solo attraverso la comunicazione telefonica. Oggi possiamo usare comodamente la videochat e oltre la voce possiamo veicolare l’immagine. È un grande passo che permette a molti professionisti, compresi noi psicologi, di svolgere via web il medesimo lavoro che si farebbe a tu per tu in studio.

Se per noi nati nel secolo scorso pare ancora un po’ strano, pensa ai millennial e alla loro confidenza innata con le chat, i social, le stories, la realtà virtuale e tutto il mondo del digitale. Insomma, prepariamoci… è solo questione di tempo!

AGGIORNAMENTO GENNAIO 2022
Cosa ne sarebbe stato del lavoro psicologico con i nostri pazienti se non avessimo avuto la possibilità di collegarci in rete nell’era Covid? Come avremmo potuto portare il nostro sostegno a tutti quelli che ne hanno avuto bisogno? Per molti mesi (e ancora adesso che aumentano i contagi per la variante Omicron) la terapia online è una risorsa imprescindibile per restare uniti e portare il nostro supporto ovunque serva.

Se sei in difficoltà e vuoi saperne di più, scrivimi a pecorara@gmail.com

Photo: RawPixel

DOLORE ANSIA E INSONNIA: FIBROMIALGIA E L’AIUTO DELLA MINDFULNESS

DOLORE ANSIA E INSONNIA: FIBROMIALGIA E MINDFUNESS

“All’inizio non mi credeva nessuno e ancora adesso fatico a spiegare alla gente come sto e cosa mi succede, perchè ho la sensazione che non mi capiscano”
“Ho dovuto cambiare medico più volte e non rassegnarmi all’idea che fossi solo stressata o esagerata!”
“Ci ho messo un po’ di tempo a capire che avevo bisogno di aiuto. Ciò che mi accadeva non aveva proprio senso. Temevo di essere presa per una che s’inventa le cose o che si diverte a far la vittima, perchè gli esami erano a posto e non c’era niente che non andava…”

Ma andiamo per ordine…
La Fibromialgia (o Sindrome fibromialgica) è un’insieme di sintomi. Questi i più comuni:
1. dolori diffusi riferiti a muscoli, tendini e legamenti
2. sensazione di rigidità corporea
3. spossatezza e fatica cronica
4. mal di testa e insonnia
5. coliti e disturbi gastroenterologici

Questi sintomi sono comprensibilmente capaci di attivare una buona quota di ansia e di stress, oltre che difficoltà a concentrarsi e talvolta a eseguire anche semplici compiti. Ansia, sensibilità allo stress e incapacità di concentrarsi di solito sono annoverati essi stessi tra i sintomi. Ma è pur vero che, come in un circolo vizioso, peggio mi sento, più ansia e confusione sperimento. E in un quadro nosografico che è lungi dall’essere chiaro e definito, si fa ancora fatica a capire cosa genera cosa.

La grande maggioranza dei soggetti colpiti da fibromialgia sono donne tra i 40 e i 60 anni e per ora non esiste una “cura”. Anche la diagnosi non è semplice: di solito, in presenza di valori del sangue nella norma, si fa semplicemente riferimento ai sintomi riportati dai pazienti e si esegue la diagnosi differenziale con l’artrite reumatoide, il lupus, la polimialgia reumatica, per escludere queste e altre patologie simili. Ma nessun esame clinico o di laboratorio è in grado di confermare la diagnosi di fibromialgia. Almeno al momento.

La buona notizia è che un approccio olistico e multidisciplinare può portare risultati nel tempo. Lavorare sul corpo e sulla mente in un’ottica integrata ha dimostrato una certa efficacia.

Quali sono dunque gli interventi che aiutano a minimizzare l’impatto dei sintomi?
Sempre consultando un reumatologo per il proprio specifico caso, possono essere utili massoterapia, termoterapia, agopuntura, yoga e ginnastica dolce, e anche la giusta attenzione all’alimentazione (meglio informarsi su quali cibi aiutano e quali no).
Nei casi più gravi si possono assumere farmaci per il controllo del dolore, ansiolitici e antidepressivi purchè sotto stretto controllo medico.

In questo quadro la psicologia (specialmente la terapia cognitivo-comportamentale) e la Mindfulness sono di grande aiuto per migliorare l’ansia e lo stress che sono parte della sindrome.
Meno stress percepisco, migliore sarà il mio umore, meglio dormirò e meglio riuscirò nello studio e nel lavoro. E probabilmente il dolore fisico che avvertirò sarà meno intenso…

La Mindfulness nasce negli anni ’70 dallo studio appassionato di psicologi e neurobiologi convinti che le pratiche meditative e contemplative di stampo buddhista fossero molto efficaci nel potenziare le nostre risorse mentali e nel silenziare gli elementi di disturbo, per così dire. Elementi di disturbo come pensieri negativi ripetitivi, autocritiche continue, o anche solo la sensazione costante e pervasiva di non essere mai efficaci abbastanza.
Questo gruppo di studiosi aveva perfettamente ragione perchè, attraverso la risonanza magnetica funzionale (fMRI), si potè confermare che la pratica meditativa determina cambiamenti nel cervello. Le immagini della risonanza parlavano chiaro!

Dopo un minimo di 6 mesi di training, chi aveva iniziato a praticare la meditazione con costanza mostrava un maggiore afflusso di ossigeno e zuccheri verso alcune aree cerebrali. L’esperienza riportata dai soggetti sperimentali era una sensazione di maggiore pace, maggiore fiducia nelle proprie capacità, una sensazione di maggiore connessione agli altri.

La Mindfulness aiuta a gestire l’ansia e lo stress perchè è un modo diverso e del tutto nuovo di portare attenzione e consapevolezza al corpo: non per quello che ci toglie, ma per quello che ci dà. Mindfulness è ascolto e osservazione profonda e genuina di come stiamo, senza critica e senza giudizio. Ogni volta che ci serve, anche quando siamo avvolti nel dolore, possiamo trovare un po’ di pace ascoltando il respiro, dedicandogli la nostra attenzione. Questo basta a spegnere immediatamente il dolore acuto? No, ma aiuta a distogliere l’attenzione da qualcosa che ci fa stare male. E siccome l’essere umano è capace di portare “attenzione focalizzata” a una sola cosa per volta, si può allenare il cervello a non andare in automatico dove il dente duole (perchè quello il cervello fa!), e rivolgerlo invece con pazienza e gentilezza verso qualcos’altro. Verso una parte di noi che ci accompagna sempre e lavora instancabilmente per noi.
Quante volte ci pensiamo? Quante volte lo diamo per scontato? Vale per il respiro, così come per il battito cardiaco, o per l’assiduo lavoro dei nostri cinque sensi… e per qualsiasi parte di noi o fuori di noi che vogliamo esplorare con curiosità e attenzione rinnovata. Mindfulness è consapevolezza del momento presente: è l’esperienza del qui e ora per com’è, non per come lo vorremmo. È puntare il faro su ciò che c’è e ci sostiene, non su cosa ci manca. È la sensazione rassicurante di essere liberi di stare come stiamo. Non ci è richiesto altro.

La Mindfulness è di primaria importanza anche per trattare l’insonnia, che è tipica della fibromialgia, e che ritroviamo anche in altre condizioni cliniche. La Mindfulness per l’insonnia è uno dei passi fondamentali per comprendere e migliorare la qualità del sonno. Infatti è parte della Terapia Cognitivo-comportamentale per l’insonnia (CBT-i), ossia il protocollo d’intervento in uso in ogni centro di Medicina del Sonno, in Italia e all’estero.
Insomma, Fibromialgia e Mindfulness hanno ben qualcosa da dirsi!

RISORSE UTILI:
Sezione Fibromialgia dell’Istituto Superiore di Sanità
Approfondimenti su Mindfulness e pratica meditativa
Approfondimento su insonnia e CBT-i (Terapia cognitivo-comportamentale per l’insonnia)
E se vuoi semplicemente raccontarmi la tua esperienza con la fibromialgia, puoi scrivermi a pecorara@gmail.com

Photo: Sidney Sims

LA SCUOLA AI TEMPI DEL COVID: QUALI ALTERNATIVE?

La scuola ai tempi del Covid

Esistono alternative all’istruzione scolastica (pubblica o privata) come la conosciamo?
La risposta è… SI!

Ma come? -vi chiederete- la scuola è obbligatoria!
La verità è che è l’istruzione a essere obbligatoria (e ci mancherebbe!) ma non la scuola in sè. Formare e istruire i propri figli in famiglia non è un’eresia o una nuova moda. I paesi anglosassoni lo definiscono Homeschooling e le sue radici sono antiche e ben salde. È solo in epoche recenti, in particolar modo negli ultimi due secoli, che si è fatta strada l’idea di “scuola” che tutti conosciamo e che la maggior parte di noi ha frequentato.

Fino alla metà dell’800 era comune tra le classi sociali più abbienti educare i propri figli a casa, con l’ausilio di tutor e insegnanti retribuiti; spesso erano gli stessi genitori, a loro volta istruiti, a prendersi cura dell’istruzione dei piccoli.
Questo meccanismo contribuiva a perpetuare le ingiustizie sociali e le differenze di classe perché chi aveva ricevuto una buona educazione poteva, a sua volta, educare i propri figli e chi non l’aveva ricevuta, e lavorava tutto il giorno nei campi o nelle prime fabbriche, non aveva certamente i mezzi, il tempo o il denaro per occuparsene. In questo modo i figli dei contadini erano destinati a rimanere contadini, così come i figli degli operai erano destinati a diventare operai.
L’avvio della scuola pubblica statale, gratuita e accessibile a chiunque, avrebbe permesso di attivare un processo positivo di “mobilizzazione sociale”, di ridistribuzione del sapere tra i ceti. Secondo la “legge Casati”, tutti i bambini dovevano imparare a “leggere, scrivere e far di conto”.

Solo verso la metà del ‘900 inizieranno ad alzarsi le prime grandi obiezioni alla presunta efficacia del sistema pubblico di educazione scolastica. A quell’epoca le critiche erano prevalentemente di tipo politico e socio-culturale. Si obiettava che l’istruzione pubblica fosse spersonalizzante e distante dai bisogni del bambino, che veniva incanalato (potremmo dire anche “ingabbiato”) in un processo educativo standardizzato, massificato, che non riconosce più la sua educazione come fine ultimo; il fine è la sopravvivenza stessa della grande macchina statale e dei suoi interessi politici, sociali ed economici.

La scuola pubblica, protestavano i suoi detrattori, non cresceva uomini e donne liberi, non si occupava di coltivare e promuovere i loro interessi, ma forgiava pedine asservite a un sistema che aveva il solo scopo di alimentare se stesso.

Da queste critiche più radicali nasce l’Unschooling, secondo cui il bambino apprende solo ciò che è pronto ad apprendere, nel momento in cui è pronto per farlo. A nulla serve una scuola che impone ex cathedra programmi, orari e tabelle di marcia.
Più di recente, a queste osservazioni, si aggiungono quelle che puntano il dito contro un ambiente scolastico contaminato dal rischio di bullismo e di altri gravi episodi di violenza fisica e verbale; dal consumo e dallo spaccio di stupefacenti appena fuori dalle aule e dalla promiscuità sessuale. Con l’impossibilità del personale scolastico di accorgersi di ogni segnale di disagio o di rispondervi efficacemente.

Pur lasciando le questioni sociali e politiche da parte, se si desidera che i propri figli siano liberi di crescere e apprendere in un contesto di attento ascolto, secondo il loro passo e secondo la loro più autentica natura, è necessario tornare a occuparsene in prima persona, senza delegarne la formazione.

Di fatto non occorre andare a scuola per imparare, perché con l’aiuto dei genitori (e di tutor o insegnanti per qualche specifica materia) si può sviluppare in autonomia un progetto formativo di base, integrandolo e arricchendolo con ciò che piace e interessa di più. In realtà con l’homeschooling si può imparare ben di più che a scuola! Perchè, accanto ai contenuti base, si scelgono temi e attività che il bambino vuole studiare e approfondire e che la scuola non prevede.

Siamo abituati a credere che il bambino vada “stimolato” come fosse qualcosa d’inerte e passivo, in cui inserire nozioni come fossero sale nell’acqua di cottura della pasta; invece il bambino è una formidabile creatura che trascorre tutto il suo tempo osservando, esplorando, esercitando i sensi e l’intuito, imparando e mettendosi continuamente alla prova con entusiasmo. Possiamo proporre nuove attività e fornire spunti, ma è più facile che sia lui a condurci là dove sono i suoi interessi per chiederci di guidarlo a saperne di più.

Se l’homeschooling è stata la naturale via della trasmissione culturale fino a due secoli fa, possiamo definirla una pratica attuale e innovativa? La mia risposta è sì. L’homeschooling è attuale perché in tempi incerti come i nostri, scossi da eventi pandemici e da cambiamenti climatici già in corso, il sistema scuola come lo conosciamo regge a fatica gli urti: può solo tamponare le falle e istituire piani di emergenza. È chiaro che la pandemia da Covid ha colto tutti di sorpresa e ci si è attrezzati come si poteva, ma questa non può e non dev’essere la scuola del futuro.

Ci troviamo di fronte a nuove sfide, nuove esigenze e nuovi ostacoli e non possiamo adattare a forza qualcosa che pare non rispondere a rinnovate esigenze. I bisogni delle famiglie cambiano e l’istituzione scuola fatica a riprogettarsi. Più che “riprogettarsi” e “ripensarsi” proporrà probabilmente una versione light e semi-virtuale di sé. Basterà?

Ecco che homeschooling e unschooling mostrano tutta la loro attualità e capacità d’innovazione:
• Attualità, perché prevedere più momenti a casa e in famiglia potrebbe diventare una nuova consuetudine
• Capacità d’innovazione, perché l’homeschooling è un sistema flessibile e personalizzato, calibrato sui bisogni della famiglia e del bambino, che utilizza e integra tutte le tecnologie a disposizione. Fa del mondo stesso la propria scuola e di ogni attività una possibilità di crescita e apprendimento. 

Ma è anche bene mettere in chiaro che l’homeschooling e l’unschooling non si adattano necessariamente alle esigenze e ai ritmi di ogni singola famiglia. Prima di compiere una scelta in questa direzione, occorre valutare alcuni nodi critici, fisiologici direi, dell’educazione in famiglia.
Proprio qui sta il senso e l’intento di questa audioguida. Offrirvi le mie riflessioni ragionate sull’istruzione in famiglia e lo farò secondo un taglio psicologico e neuropsicologico, perché questa è la mia formazione.

Per chi se lo chiedesse, dato che siamo in tema, ho sempre frequentato la scuola pubblica, dall’asilo fino al conseguimento della laurea in Psicologia, e poi di un dottorato in Scienze Cognitive. Non si può dire che il mio percorso scolastico sia stato complicato o sfortunato. Ma da alunna mi sono imbattuta in situazione critiche, senza che mi si spiegasse che il sistema scolastico è un apparato che giustifica se stesso. È solo uno dei tanti modi della trasmissione culturale: non l’unico, non il migliore, né il più giusto. È bene saperlo. Ed è bene capire cosa sia l’homeschooling e quali le sue potenzialità per decidere in piena coscienza. E questo è il mio augurio per voi.

Homescooling e Unschooling. Pro e contro ai tempi del Covid
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E se vuoi valutare un percorso di Homeschooling sotto la mia consulenza, scrivimi a pecorara@gmail.com

STUDI APERTI – GIORNATA DELLA PSICOLOGIA 2019

Studi aperti Giornata della Psicologia 2019

Anche per il 2019 si rinnova l’iniziativa di successo dedicata alla salute psicologica e alla difesa della salute mentale contro lo stigma sociale, promossa dal Consiglio Nazionale Ordine degli Psicologi.
Questa Giornata nasce come iniziativa italiana a sostegno del World Mental Health Day, celebrato per la prima volta il 10 ottobre 1992.

Studi Aperti significa che gli psicologi aderenti offrono informazioni sulla propria professione, sui propri trattamenti e aiutano a orientarsi su eventuali percorsi diagnostici e/o terapeutici.

COME? Attraverso conferenze, seminari e incontri pubblici disseminati in tutta Italia. E aprendo i propri studi per un colloquio privato e gratuito. Puoi consultare questo elenco e trovare il professionista più vicino a te.
Nel mio caso mi metterò a disposizione su appuntamento, sia per ricevere nel mio studio a Torino, sia per ricevere in videochat, in tutta Italia.

Il tema 2019 è Psicologia e Diritti Universali. Un tema particolarmente attuale e dibattuto quello sui nuovi diritti. Si va dai diritti per i migranti, ai diritti per le persone LGBTQI+ e le loro famiglie, ai diritti per i malati terminali, fino ai diritti per la neurodiversità. Quest’anno intendo promuovere e celebrare i diritti delle persone neurodiverse (Asperger e spettro autistico, ADHD, DSA, Tourette).

Cresce sempre più la consapevolezza che “neurodiversità” non significa “malattia”. Significa “stile cognitivo differente”. E cosa cambia in concreto? Cambia che i soggetti neurodiversi con un quoziente intellettivo nella norma (o superiore alla norma) non sono malati da accudire e confinare, oggetto della nostra pietà, destinati a ricevere nel migliore dei casi una pensione d’invalidità.
Sono soggetti dotati di grandi capacità che, come tutti, possono e devono contribuire al progresso della comunità e del mondo del lavoro.
Ne parlo anche qui e qui.
È sufficiente che siano messi nelle condizioni di poter imparare, studiare, lavorare, interagire nei modi più congeniali per loro.

Se pretendo che un bambino dislessico impari a leggere seguendo le procedure che usano tutti gli altri bambini, allora no, lui non può farlo. Se pretendo che un bambino autistico possa apprendere in un contesto caotico non potrà farlo. Entrambi i bambini potranno dare il meglio di sè seguendo approcci specifici, studiati per il loro funzionamento cognitivo. La loro è una condizione cerebrale peculiare, non patologica, e va accolta e valorizzata. In cambio avremo un bambino che saprà fare ogni cosa (leggere, scrivere, studiare), oltre a possedere caratteristiche specifiche della sua condizione: ad esempio spiccate doti spaziali e visive, elevata creatività, facilità a pensare fuori dagli schemi, grande capacità di concentrazione e notevoli doti mnestiche.

Per saperne di più sulla Neurodiversità o sulla Giornata Nazionale della Psicologia, o se vuoi prenotare il tuo appuntamento scrivimi a pecorara@gmail.com o chiama al 333 7606146

PSICHIATRIA, PSICOLOGIA, PSICOTERAPIA E COACHING: QUALI DIFFERENZE?

psichiatria psicologia psicoterapia coaching differenze

Si sente spesso parlare dell’una o dell’altra disciplina e non sempre sono chiare le specifiche competenze (e i rispettivi confini) per i non addetti ai lavori. Conoscerle serve a scegliere bene il tipo di professionista che ci può aiutare.

• PSICHIATRIA: è una branca della Medicina e si occupa dello studio e del trattamento dei disturbi mentali in un’ottica farmacologica (dipendenze, disturbi psicotici, depressione maggiore etc). Talvolta lo psichiatra è anche psicoterapeuta: in tal caso, oltre a essere laureato in Medicina e specializzato in Psichiatria, ha frequentato anche una scuola di specializzazione in Psicoterapia per proporre un trattamento psicologico in affiancamento a quello farmacologico.
Chi è psichiatra risponde all’Ordine dei Medici ed è iscritto/a all’Albo dei Medici della propria Regione.

PSICOLOGIA: è una disciplina a se stante e lo psicologo è laureato in Psicologia e abilitato alla professione attraverso un Esame di Stato. La sua specialità è il sostegno psicologico di adulti, bambini e adolescenti, oppure coppie e famiglie in una situazione di crisi e sofferenza. Queste crisi incidono in modo evidente sul tono dell’umore, sul rendimento scolastico o lavorativo, sulle relazioni sociali e in generale sulla salute psicofisica di chi è coinvolto. Non essendo medico, lo psicologo non è autorizzato a prescrivere alcun tipo di farmaco, nè a gestire i dosaggi di farmaci già prescritti o ordinarne l’interruzione.
Chi è psicologo/a risponde all’Ordine degli Psicologi della propria Regione ed è iscritto/a al relativo Albo.

PSICOTERAPIA: è una specializzazione post-lauream aperta esclusivamente a Medici e Psicologi iscritti ai relativi Albi. Lo/a psicoterapeuta possiede un repertorio di tecniche specifiche per intervenire sui problemi psicologici più gravi e persistenti. Esistono diversi orientamenti teorici in psicoterapia: la Psicoanalisi, la scuola Cognitiva/Comportamentale, la scuola Sistemica, la Bioenergetica e molte altre. Se la psicoanalisi ha goduto di molta fama in passato, da alcuni anni è stata surclassata per efficacia da approcci più scientifici e moderni, come le psicoterapie di terza generazione, basate sulla Mindfulness e sulla Compassion/SelfCompassion

• COACHING: è una discipina aperta anche ai non laureati. Esistono molte scuole e orientamenti teorici (NPL, Scuola Ontologica, Gestalt etc). Il coach interviene in una situazione di stallo o d’insoddisfazione personale o professionale. Non lavora sulla sofferenza psicologica (non è autorizzato a farlo a meno che non sia anche psicologo). Lavora sull’empowerment di individui, gruppi e organizzazioni. Non esiste un albo professionale dei Coach. Esiste una Federazione Internazionale a cui il coach può afferire, senza obbligo.

Photo: Jon Tyson

GRETA E LA SINDROME DI ASPERGER

greta e la sindrome di asperger

Il volto di questa sedicenne ci è ormai familiare da tanti mesi.
È Greta Thunberg, attivista e fondatrice del movimento ambientalista FridaysForFuture, che lotta per accrescere la consapevolezza sui devastanti cambiamenti climatici a opera dell’uomo e su come invertire la rotta.

Greta ha delle qualità rare: è estremamente determinata, è focalizzata sull’obiettivo, ha massima coerenza, non conosce soggezione dinanzi ai potenti della Terra, non conosce tentennamento o perdita di motivazione.
Qual è la sua forza? La sua forza è (anche) un funzionamento cerebrale fuori dal comune.

Dice Greta: “Quando gli haters ti criticano per quanto sei stramba o per il tuo aspetto, significa che non sanno dove altro sbattere la testa. E sai che stai vincendo! Ho la Sindrome di Asperger e a volte i miei comportamenti differiscono dalla norma. Nelle giuste circostanze, essere diversi è un superpotere. Non parlo della mia diagnosi per nascondermici dietro, ma perchè conosco molte persone ignoranti che la vedono ancora come una “malattia”, come qualcosa di negativo. E, credetemi, questa diagnosi mi ha fatto del male. Prima che iniziassi a scioperare per il clima, ero a pezzi, non avevo amici e non parlavo con nessuno. Me ne stavo tutto il giorno seduta da sola, a casa, preda di un disturbo del comportamento alimentare. Ora è tutto passato: ho finalmente trovato un significato in un mondo che a tanti pare non averne affatto.”

La sindrome di Asperger fa parte dello spettro autistico. Non comportando danni alle capacità linguistiche né disabilità intellettive, è comunemente considerato un «disturbo ad alto funzionamento». A tutt’oggi non si conoscono le cause della sindrome, che solitamente è caratterizzata da limitazioni e alterazioni del comportamento sociale, da schemi motori ripetitivi e stereotipati, da attività e interessi circoscritti e può accompagnarsi a depressione, ansia, disturbo ossessivo-compulsivo.

Ma questa è solo una faccia della medaglia. Perchè ai “deficit” più o meno severi (a seconda del singolo caso) si affiancano capacità fuori dal comune, come la possibilità di rimanere concentrati per ore su un certo compito (hyperfocus) o spiccate abilità logiche e percettive.

Proprio come Greta, i soggetti Asperger definiscono spesso la loro condizione come una complessità mentale superiore alla media, piuttosto che come una malattia. Si vuole superare l’idea di un funzionamento “ideale” del cervello e della deviazione dalla norma come necessariamente patologica. Questa prospettiva promuove la “neurodiversità” come valore sociale, come nuovo concetto scientifico e come peculiare risorsa per il mondo del lavoro. (Ne parlo anche qui)

Nella stessa comunità scientifica si fa largo l’ipotesi che la sindrome di Asperger sia uno stile cognitivo diverso e non una malattia, pertanto in futuro potrebbe essere rimossa dal Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, com’è accaduto per l’omosessualità.

Già alcuni anni fa, un illustre studioso di nome Simon Baron-Cohen scrisse: «Nel mondo sociale non vi è grande vantaggio per un occhio preciso ai dettagli. Ma in matematica e informatica, nel mondo della musica, della linguistica, dell’ingegneria e della scienza, una forte attenzione ai dettagli può portare al successo».

In effetti alcuni soggetti Asperger hanno dato un contributo notevole al progresso umano: si dice che lo siano stati Michelangelo, Newton, Mozart, Einstein, Hitchcock e molti altri. Il punto è che la neurodiversità, se ben supportata e accolta, diventa una risorsa per tutta la comunità. E se i singoli soggetti sono accolti e supportati possono vivere e lavorare in modo gratificante. Basta spostare l’accento dal deficit (che si può contenere) alle aree di eccellenza.

Pur senza banalizzare, alcune problematiche depressive e ansiose degli Asperger potrebbero essere conseguenza non della condizione in sè, ma dello stigma sociale e dell’isolamento in cui spesso i soggetti sono relegati. Insieme alle loro famiglie.

RI/SENTIMENTO: L’EMOZIONE DELLO SCHIAVO

Risentimento l'emozione dello schiavo

“Il risentimento è l’emozione dello schiavo, non perché lo schiavo sia risentito, ma perché chi vive nel risentimento vive nella schiavitù”
F. Nietzsche 

Già, perché ri/sentimento vuol dire proprio continuare a ri/sentire la stessa emozione di rabbia, di frustrazione, d’impotenza. Un po’ come qualcosa d’indigesto che continua a riproporsi. E che non ci lascia stare. Ecco, questa è la “schiavitú” di cui parla Nietzsche. Uno stato d’animo che ci tiene alla catena di una situazione che magari è successa tanto, troppo tempo fa. E che non ci permette di andare avanti.

Qualcuno potrebbe dire: Eh, ma certe cose non si possono dimenticare o perdonare… Non si possono dimenticare, ma si possono superare. E si possono superare in tanti modi. Ognuno può trovare il suo. Ad esempio si può avanzare una richiesta di scuse, una richiesta che non si è mai avuto il coraggio di far prima. Si può chiedere un atto simbolico di riparazione. Oppure cercare un colloquio chiarificatore, perché siamo convinti di saper sempre cosa pensano gli altri e con quale malevolo intento “peccano”, ma spesso ci sbagliamo. E magari parlandone scopriamo che le intenzioni non erano così pessime o ammantate di malafede. Non capita anche a noi di sbagliare?

Sia come sia, quando smettiamo di “trattenere” (la rabbia, per esempio) e “lasciamo andare,” non siamo più ri/sentiti: cioè non ri/sentiamo più quell’emozione disturbante che ci ancorava al palo. E ci apriamo a nuove possibilità. Siamo di nuovo liberi!

NEURODIVERSITÀ: NUOVE SFIDE PER IL MONDO DEL LAVORO

neurodiversità nuove sfide

Che vocabolo strano “neurodiversità”… Che significa?
Come siamo differenti per colore degli occhi, dei capelli, per il genere e tutte le altre variabili fisiche, siamo differenti anche per molte caratteristiche cerebrali. Chi ha l’orecchio assoluto per la musica, chi si orienta perfettamente in un luogo sconosciuto, chi ha un dono speciale per l’empatia, chi fa difficili calcoli a mente… e così via.
Sono tutte qualità permesse dal nostro funzionamento cerebrale.

In alcuni casi la neurodiversità si manifesta (almeno a prima vista) come una mancanza: sindrome da deficit dell’attenzione (ADHD), sindrome di Asperger, quelli che vengono definiti “disturbi specifici dell’apprendimento” (come dislessia, discalculia etc), e alcune altre condizioni particolari, come la Sindrome di Tourette.

Si devono considerare queste condizioni solo in termini di deficit e carenze?
Esiste il valore aggiunto di un funzionamento cerebrale DIFFERENTE?
Per il mondo del lavoro, soprattutto digitale (tech, fintech, biotech, AI, animazione e gaming…), si tratta di una questione molto interessante.

In questi settori c’è bisogno di risolvere problemi molto complessi, d’innovare costantemente, saper ragionare in modo creativo e “divergente” per affrontare le tante nuove cybersfide. Proprio da chi ha speciali caratteristiche cerebrali può giungere meglio questo aiuto. Chi ha un peculiare funzionamento cerebrale ha un vantaggio competitivo interessante per le aziende. Vediamo in breve quali.

GLI ASPERGER sono altamente creativi e immaginativi, dotati di concentrazione straordinaria, eccellenti capacità logiche e spaziali. Sono in grado di affrontare i problemi da punti di vista inconsueti e potenzialmente vincenti.
Greta Thunberg è Asperger: determinazione, focalizzazione sull’obiettivo, nessuna soggezione dinanzi ai poteri forti sono le sue doti più evidenti.

GLI IPERATTIVI (ADHD) possiedono una vivida immaginazione e sono particolarmente creativi. Altamente distraibili se poco interessati a qualcosa (da qui prende il nome la loro condizione), sono in grado di concentrarsi in modo eccezionale (hyperfocus) su ciò che li attira di più (poniamo lo sviluppo di un videogioco o di un’animazione).

I DISLESSICI sono maestri del pensiero laterale. Ben l’84% ottiene alti punteggi nel ragionamento, nella comprensione di specifiche configurazioni spaziali e pattern visivi e hanno ottime capacità di giudizio e decisionali. Le loro competenze sono inestimabili quando occorre affrontare una questione secondo prospettive più ampie e valutare le situazioni da molti punti di vista differenti.

Com’è facilmente intuibile, tutte queste caratteristiche sono un plus per molti ambienti di lavoro. Se molti “normodotati” (o neurotipici) si distraggono facilmente per il continuo sopraggiungere di stimoli (come mail e telefonate), alcuni “neurodiversi” riescono a mantenere intatta la concentrazione, sopportano meglio compiti di routine che esigono massima precisione (come controllo/verifica o data entry) e in generale portano visioni insolite dei problemi trasformandoli più facilmente da sfide a opportunità. C’è bisogno di aggiungere altro?