SORELLANZA, IL SUPERPOTERE DELLE EXPAT

sorellanza il superpotere delle expat

Fare rete tra expat è vitale, come ci raccontano Silvia, Giulia e Irene.
E se sei proprio fortunata, troverai le migliori amiche di sempre…

Quando s’inizia una nuova vita all’estero da sole, sapere di poter contare su una rete di amicizie fidate, pronte a dare una mano quando serve, può fare la differenza. Perchè la sorellanza conta ed esserci l’una per l’altra è una garanzia.

Nella tua vita da expat conoscerai innumerevoli persone, alcune nate o cresciute proprio lì dove tu sei appena arrivata, e altre che si sono spostate come te dal tuo stesso Paese.
È importante rimanere connesse con le une e con le altre, ma a volte aiuta di più sapere di condividere lo stesso percorso e le stesse difficoltà. E aiuta potersi confidare nella propria lingua, certe che chi vi ascolta non ha bisogno di traduzioni nè linguistiche nè culturali.

Silvia, Giulia e Irene si sono felicemente trasferite dalla Lombardia a Berlino ormai da tempo, e condividono qui la loro esperienza e un po’ di consigli preziosi…

Silvia, bresciana e mamma di un bimbo di due anni, è musicista e cantoterapeuta.
Lavora con bambini e adulti e si è trasferita a Berlino nel 2016 per coltivare il sogno della musica e del canto, anche sfidando il volere della sua famiglia.
“Sono arrivata da sola a Berlino ma avevo già qualche amicizia sul posto: una coppia di miei cari amici, anche loro bresciani, il mio fidanzato di allora (tedesco) e la sorella di mia zia. Sono una persona molto estroversa e non ho fatto fatica a trovare nuove amicizie. Prima di partire mi sono informata a lungo sulla vita da expat a Berlino e l’ho fatto anche partecipando attivamente a gruppi Facebook dedicati. Devo dire che questi gruppi sono molto utili per trovare informazioni e contatti, aiutano a fare rete e non sentirsi sole.”

Ce lo conferma anche Irene. Milanese, danzatrice tribal-fusion, istruttrice yoga e mamma di un bimbo che va all’asilo. “Prima di vivere stabilmente a Berlino, ho vissuto per molti anni andando avanti e indietro tra Italia, Spagna e Germania. Quando ho deciso di fermarmi, nel 2014, non avevo grandi conoscenze in città, giusto qualche appoggio. È stata la danza a portarmi qui. Berlino è la metropoli perfetta per chi vuole lavorare in ambito artistico. Sono arrivata da sola, con la mia macchina e 300€ in tasca. Ho cercato contatti e informazioni nei gruppi Facebook, capendo in fretta che, più che spettacoli nei locali, a Berlino tutti fanno spettacoli in strada. Così seguivo e partecipavo a tutti gli eventi più interessanti legati alla danza e alla musica e ho conosciuto tanta gente, soprattutto expat italiani, ma anche sudamericani, israeliani, altri europei… A quei tempi ero l’unica performer a insegnare tribal fusion in tutta Berlino e partecipando a questi eventi artistici mi sono fatta conoscere e molti cominciavano a frequentare le mie lezioni. Così ho creato il mio giro qui e funziona tuttora molto bene.”
“Ho conosciuto Silvia a uno dei miei corsi (yoga post partum) e siamo diventate molto amiche perchè condividiamo la passione per la musica, la danza e le arti performative in generale. Tante cose ci legano: siamo italiane, siamo mamme single a Berlino, lavoriamo in campo artistico ed è stato naturale anche iniziare a collaborare… Abbiamo ideato dei workshop di yoga post partum abbinati a musicoterapia e cantoterapia per mamme e bebè”

Mi dice Silvia: “Contare su Giulia e Irene è sapere di contare su amiche che vivono le stesse difficoltà che posso incontrare io come expat italiana a Berlino, lottiamo per le stesse cose. E so anche di condivere con loro la stessa energia e lo stesso entusiasmo nel portare avanti un lavoro creativo. Qui è molto diverso che in Italia: ti senti supportata e stimolata da tutta la comunità artistica, c’è una sensibilità particolare e te ne accorgi. In Italia ti senti spesso sola perchè c’è molta competizione e poca condivisione.”

Giulia, fiera cremasca, è coreografa e performer di danza percussiva. Ha viaggiato fin da bambina in Italia e all’estero per seguire la passione della danza (prima classica e poi contemponanea). La sua passione è diventata ben presto un lavoro, con audizioni in tutta Europa. Prima di fermarsi a Berlino, Giulia ha vissuto e lavorato ad Atene per circa un anno in una compagnia di danza con ballerini anche diversamente abili.
Mi racconta: “L’esperienza ateniese è stata bellissima e mi ha dato tanto, ma a Berlino avevo costruito amicizie forti in collaborazioni artistiche precedenti e quell’energia mi mancava parecchio. Posso dire anch’io come Silvia che qui ho visto tanta più collaborazione che competizione. Ho amicizie forti nel mondo della danza anche in Italia, ma si tratta di amicizie storiche, amiche con cui ho condiviso la quotidianità per anni. Queste nuove amicizie berlinesi sono invece nate e cresciute in pochissimo tempo e questa cosa mi colpisce sempre! Ho capito che la metropoli ti porta a creare legami molto forti in brevissimo tempo, soprattutto in ambito artistico e soprattutto tra donne. Si crea facilmente uno scambio autentico e un senso di connessione. E stato così che mentre ero ad Atene una carissima amica israeliana, conosciuta solo un anno prima a Berlino, mi ha fatto sapere di opportunità interessanti di lavoro in città. E sono tornata qui. Per me Berlino è diventata una base, perchè nel frattempo ho continuato a viaggiare tantissimo per cogliere altre opportunità di danza e teatro in Europa. Quindi all’inizio lavoravo, cercavo casa e imparavo il tedesco. Proprio in un corso di lingua ho conosciuto un’altra ragazza italiana, che si chiama come me, è che è diventata una delle mie migliori amiche e poi anche coinquilina. Solo molti anni dopo essere arrivata a Berlino ho conosciuto Silvia, perchè il batterista della sua band lavora nella mia compagnia di danza percussiva e condividevamo la sala prove. L’amicizia con Silvia si è fatta più profonda quando è venuta ad assistere a un mio spettacolo e ha voluto diventare mia allieva. Intanto io l’avevo ascoltata cantare ed ero rimasta colpita da quanto talento avesse nelle corde vocali! E così abbiamo deciso di collaborare a un progetto che ho costruito appositamente per lei e per le mie allieve. Questa collaborazione ci ha unito tantissimo sul piano artistico e sul piano personale. Anche se non ci vediamo spesso, io so di esserci per lei e lei c’è per me. In momenti critici della nostra vita ci siamo confidate a cuore aperto, abbiamo ricevuto sostegno e forza l’una dall’altra. Non c’era nemmeno bisogno di chiedere di vedersi: semplicemente è successo.”

Essere all’estero da sole significa proprio questo: conoscere nuove persone sulle quali potrai contare e che in breve tempo diventeranno la tua “famiglia”.
Tu ci sei per loro e loro ci sono per te. Anche senza dirselo apertamente.
È difficile da credere per chi non ha mai vissuto da expat.

Irene e Silvia mi confidano che “quando arrivi a Berlino si parla in inglese tra noi expat, perchè pochi sanno il tedesco, che non è facile da imparare. Ma ad un certo punto se vuoi rimanere e hai un bambino da crescere da sola devi sapere bene la lingua.”
Anche Giulia mi parla di quanto sia importante imparare il tedesco e farlo frequentando dei corsi intensivi in presenza (pandemia permettendo) per conoscere altre persone che stanno facendo il tuo stesso percorso, magari connazionali, ma non per forza. L’empatia nasce quando si condividono le stesse tappe obbligate, quando ci s’impegna per superare gli stessi ostacoli e sai bene cosa sta passando l’altro. Conosci ciò che per cui sta lottando e ciò per cui gioisce: il senso di solidarietà scatta proprio qui!

È chiaro però che la lingua in cui ci si confida di più e meglio resta la propria madrelingua, che si porta dietro accenti, ricordi, emozioni e tratti culturali che non è facile replicare in una lingua appresa più tardi nella vita, anche se molto bene.
“Per questo” continua Irene “prima da sola, e poi con Silvia, l’idea è stata quella di organizzare gruppi di yoga pre e post partum in italiano per mamme italiane, perchè l’italiano resta per noi e per loro la lingua dell’empatia e della condivisione.”

Le storie appassionanti di Silvia, Giulia e Irene (e quanto ci sarebbe ancora da raccontare delle loro vite!) ci confermano ancora una volta che è bene dar retta alle proprie passioni e condividerle, che è bene aver sete di conoscenza e di nuove esperienze. E che non dobbiamo temere di far sacrifici per raggiungere i nostri obiettivi perchè in tutto questo non siamo mai sole… Il superpotere delle expat, la sorellanza, brilla più che mai!

Photo Credits:
Juan Saez per Irene (a sinistra). Puoi seguire Irene qui
Federica Villi per Silvia (al centro). Puoi seguire Silvia qui
Moranika Wetzig per Giulia (a destra). Puoi seguire Giulia qui

LA SCUOLA AI TEMPI DEL COVID: QUALI ALTERNATIVE?

La scuola ai tempi del Covid

Esistono alternative all’istruzione scolastica (pubblica o privata) come la conosciamo?
La risposta è… SI!

Ma come? -vi chiederete- la scuola è obbligatoria!
La verità è che è l’istruzione a essere obbligatoria (e ci mancherebbe!) ma non la scuola in sè. Formare e istruire i propri figli in famiglia non è un’eresia o una nuova moda. I paesi anglosassoni lo definiscono Homeschooling e le sue radici sono antiche e ben salde. È solo in epoche recenti, in particolar modo negli ultimi due secoli, che si è fatta strada l’idea di “scuola” che tutti conosciamo e che la maggior parte di noi ha frequentato.

Fino alla metà dell’800 era comune tra le classi sociali più abbienti educare i propri figli a casa, con l’ausilio di tutor e insegnanti retribuiti; spesso erano gli stessi genitori, a loro volta istruiti, a prendersi cura dell’istruzione dei piccoli.
Questo meccanismo contribuiva a perpetuare le ingiustizie sociali e le differenze di classe perché chi aveva ricevuto una buona educazione poteva, a sua volta, educare i propri figli e chi non l’aveva ricevuta, e lavorava tutto il giorno nei campi o nelle prime fabbriche, non aveva certamente i mezzi, il tempo o il denaro per occuparsene. In questo modo i figli dei contadini erano destinati a rimanere contadini, così come i figli degli operai erano destinati a diventare operai.
L’avvio della scuola pubblica statale, gratuita e accessibile a chiunque, avrebbe permesso di attivare un processo positivo di “mobilizzazione sociale”, di ridistribuzione del sapere tra i ceti. Secondo la “legge Casati”, tutti i bambini dovevano imparare a “leggere, scrivere e far di conto”.

Solo verso la metà del ‘900 inizieranno ad alzarsi le prime grandi obiezioni alla presunta efficacia del sistema pubblico di educazione scolastica. A quell’epoca le critiche erano prevalentemente di tipo politico e socio-culturale. Si obiettava che l’istruzione pubblica fosse spersonalizzante e distante dai bisogni del bambino, che veniva incanalato (potremmo dire anche “ingabbiato”) in un processo educativo standardizzato, massificato, che non riconosce più la sua educazione come fine ultimo; il fine è la sopravvivenza stessa della grande macchina statale e dei suoi interessi politici, sociali ed economici.

La scuola pubblica, protestavano i suoi detrattori, non cresceva uomini e donne liberi, non si occupava di coltivare e promuovere i loro interessi, ma forgiava pedine asservite a un sistema che aveva il solo scopo di alimentare se stesso.

Da queste critiche più radicali nasce l’Unschooling, secondo cui il bambino apprende solo ciò che è pronto ad apprendere, nel momento in cui è pronto per farlo. A nulla serve una scuola che impone ex cathedra programmi, orari e tabelle di marcia.
Più di recente, a queste osservazioni, si aggiungono quelle che puntano il dito contro un ambiente scolastico contaminato dal rischio di bullismo e di altri gravi episodi di violenza fisica e verbale; dal consumo e dallo spaccio di stupefacenti appena fuori dalle aule e dalla promiscuità sessuale. Con l’impossibilità del personale scolastico di accorgersi di ogni segnale di disagio o di rispondervi efficacemente.

Pur lasciando le questioni sociali e politiche da parte, se si desidera che i propri figli siano liberi di crescere e apprendere in un contesto di attento ascolto, secondo il loro passo e secondo la loro più autentica natura, è necessario tornare a occuparsene in prima persona, senza delegarne la formazione.

Di fatto non occorre andare a scuola per imparare, perché con l’aiuto dei genitori (e di tutor o insegnanti per qualche specifica materia) si può sviluppare in autonomia un progetto formativo di base, integrandolo e arricchendolo con ciò che piace e interessa di più. In realtà con l’homeschooling si può imparare ben di più che a scuola! Perchè, accanto ai contenuti base, si scelgono temi e attività che il bambino vuole studiare e approfondire e che la scuola non prevede.

Siamo abituati a credere che il bambino vada “stimolato” come fosse qualcosa d’inerte e passivo, in cui inserire nozioni come fossero sale nell’acqua di cottura della pasta; invece il bambino è una formidabile creatura che trascorre tutto il suo tempo osservando, esplorando, esercitando i sensi e l’intuito, imparando e mettendosi continuamente alla prova con entusiasmo. Possiamo proporre nuove attività e fornire spunti, ma è più facile che sia lui a condurci là dove sono i suoi interessi per chiederci di guidarlo a saperne di più.

Se l’homeschooling è stata la naturale via della trasmissione culturale fino a due secoli fa, possiamo definirla una pratica attuale e innovativa? La mia risposta è sì. L’homeschooling è attuale perché in tempi incerti come i nostri, scossi da eventi pandemici e da cambiamenti climatici già in corso, il sistema scuola come lo conosciamo regge a fatica gli urti: può solo tamponare le falle e istituire piani di emergenza. È chiaro che la pandemia da Covid ha colto tutti di sorpresa e ci si è attrezzati come si poteva, ma questa non può e non dev’essere la scuola del futuro.

Ci troviamo di fronte a nuove sfide, nuove esigenze e nuovi ostacoli e non possiamo adattare a forza qualcosa che pare non rispondere a rinnovate esigenze. I bisogni delle famiglie cambiano e l’istituzione scuola fatica a riprogettarsi. Più che “riprogettarsi” e “ripensarsi” proporrà probabilmente una versione light e semi-virtuale di sé. Basterà?

Ecco che homeschooling e unschooling mostrano tutta la loro attualità e capacità d’innovazione:
• Attualità, perché prevedere più momenti a casa e in famiglia potrebbe diventare una nuova consuetudine
• Capacità d’innovazione, perché l’homeschooling è un sistema flessibile e personalizzato, calibrato sui bisogni della famiglia e del bambino, che utilizza e integra tutte le tecnologie a disposizione. Fa del mondo stesso la propria scuola e di ogni attività una possibilità di crescita e apprendimento. 

Ma è anche bene mettere in chiaro che l’homeschooling e l’unschooling non si adattano necessariamente alle esigenze e ai ritmi di ogni singola famiglia. Prima di compiere una scelta in questa direzione, occorre valutare alcuni nodi critici, fisiologici direi, dell’educazione in famiglia.
Proprio qui sta il senso e l’intento di questa audioguida. Offrirvi le mie riflessioni ragionate sull’istruzione in famiglia e lo farò secondo un taglio psicologico e neuropsicologico, perché questa è la mia formazione.

Per chi se lo chiedesse, dato che siamo in tema, ho sempre frequentato la scuola pubblica, dall’asilo fino al conseguimento della laurea in Psicologia, e poi di un dottorato in Scienze Cognitive. Non si può dire che il mio percorso scolastico sia stato complicato o sfortunato. Ma da alunna mi sono imbattuta in situazione critiche, senza che mi si spiegasse che il sistema scolastico è un apparato che giustifica se stesso. È solo uno dei tanti modi della trasmissione culturale: non l’unico, non il migliore, né il più giusto. È bene saperlo. Ed è bene capire cosa sia l’homeschooling e quali le sue potenzialità per decidere in piena coscienza. E questo è il mio augurio per voi.

Homescooling e Unschooling. Pro e contro ai tempi del Covid
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Se vuoi valutare un percorso di Homeschooling sotto la mia consulenza, scrivimi a pecorara@gmail.com

IL CIBO? …FACCIAMOCI PACE!

cibo facciamoci pace

Mindul Eating è letteralmente nutrirsi con consapevolezza.
Non è tanto la conoscenza di quali vitamine o quante calorie stiamo introducendo, o da quale lontano o vicino paese arrivi la nostra mela. Consapevolezza è conoscenza, ma non astratta. È la conoscenza incarnata, e cioè l’esperienza, di ciò che succede quando i nostri 5 sensi incontrano la mela, quando la gustiamo al palato, quando ci prepariamo a deglutirla.
E’ l’esperienza di noi e della mela mentre la stiamo mangiando. E’ un’esperienza solo nostra e si potrebbe perfino dire che l’esperienza di ogni mela che mangiamo è diversa dalle innumerevoli altre, se proviamo a prestare attenzione.
Mindful Eating è ri-appropriarsi di una relazione autentica e diretta col cibo: un po’ come quando eravamo piccoli e una mela era una mela e passavamo del tempo a esplorarla e imparare qualcosa di lei e di noi.

Tra le più gravi disfunzioni del nostro tempo, ci sono i disturbi del comportamento alimentare: obesità, anoressia nervosa, bulimia, ortoressia. Sono tutte patologie della relazione col cibo. Detto semplicemente, una mela non è più una mela che ci nutre. È sempre qualcos’altro. E quando una mela, un cioccolatino, o un pezzo di pane diventa qualcos’altro per troppo tempo, iniziano i problemi.
Attraverso la via del Mindful Eating possiamo spezzare un legame patologico col cibo per riscoprirne la sua funzione autentica. È una via indicata per tutti, specialmente per chi è curioso di avvicinarsi al cibo per scoprire (o ri-scoprire) in quali e quanti modi possiamo farne esperienza. Per provare a nutrirsi in un modo più autentico e completo, e cioè saziando la totalità del nostro esser-ci e non solo lo stomaco.

Mindful eating non è una dieta ipocalorica, un regime alimentare o un’insieme di regole. Non è un modo per controllare i morsi della fame. Mindful eating aiuta a ritrovare il proprio personale equilibrio col cibo attraverso la consapevolezza di cosa avviene e come ci sentiamo quando mangiamo. Per questo è adatto a tutte le età e le condizioni fisiche e non ha controindicazioni.

Mindful eating è conoscenza, esplorazione, consapevolezza. Nasce come derivazione della Mindfulness, che è osservazione e accoglimento dei nostri processi interiori, senza critica e senza giudizio. È esperienza del qui e ora, del come stiamo momento per momento, così come il Mindful eating è l’esperienza sensoriale ed emozionale del cibo che mangiamo.

Qualcuno obietta che, nella vita frenetica di oggi, prestare attenzione al cibo mentre mangiamo, così come prestare attenzione ai nostri pensieri e alle emozioni mentre si manifestano alla coscienza, è un lusso che non tutti possono permettersi durante la giornata. Scopriremo invece che basta poco: che non tutto un intero pasto, o non tutti i pasti, devono per forza consacrarsi al mindful eating. E che quel poco o tanto che facciamo ogni giorno diventerà parte di noi, tanto che mangiare in consapevolezza diventerà una buona abitudine che non prenderà più tempo delle altre.
All’inizio costerà qualche sforzo di attenzione e un po’ di tempo in più, per poi diventare una modalità pratica e fluente. Come quando s’impara una nuova lingua. Con la differenza che questa lingua non è del tutto nuova per noi, da piccoli la conoscevamo bene!
Mi ricordo che da bambina mi piaceva togliere la pellicina agli spicchi d’arancia o di mandarino solo per scoprire le tante minuscole vescicole al suo interno. Le separavo e ne mangiavo qualcuna singolarmente: la assaporavo per bene e poi mi decidevo a mangiare l’intero spicchio. Era divertente scoprire quanto fosse strano un frutto!
Facci caso: quante volte vediamo i bambini masticare un pezzo di pane all’infinito… per loro è gioco, è esplorazione, è apprendimento, è esperienza sensoriale, è nutrimento. Vorremmo che i bambini consumassero i loro pasti rapidamente e senza tanti intermezzi come facciamo noi… In realtà non è affatto una perdita di tempo! La loro esperienza del cibo sazia la sana e gioiosa curiosità di chi ha da crescere e imparare: è sapienza innata, che noi abbiamo zittito crescendo e pagando lo scotto di frustrazioni e squilibri.

Più che perdere o guadagnare peso, cucinare e mangiare in modo mindful ci consente di lasciare alle spalle tutta la fatica di un rapporto difficile col cibo e ritrovarne il piacere, il senso profondo e la gratitudine.

E se vuoi saperne di più…
“Mindful eating. Nutrire la mente, nutrire il corpo”
(audioguida con esercizi e meditazioni guidate)
Download mp3
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Per un percorso di Mindful eating personalizzato, scrivimi a pecorara@gmail.com

Photo: Henley Design Studio

STUDI APERTI – GIORNATA DELLA PSICOLOGIA 2019

Studi aperti Giornata della Psicologia 2019

Anche per il 2019 si rinnova l’iniziativa di successo dedicata alla salute psicologica e alla difesa della salute mentale contro lo stigma sociale, promossa dal Consiglio Nazionale Ordine degli Psicologi.
Questa Giornata nasce come iniziativa italiana a sostegno del World Mental Health Day, celebrato per la prima volta il 10 ottobre 1992.

Studi Aperti significa che gli psicologi aderenti offrono informazioni sulla propria professione, sui propri trattamenti e aiutano a orientarsi su eventuali percorsi diagnostici e/o terapeutici.

COME? Attraverso conferenze, seminari e incontri pubblici disseminati in tutta Italia. E aprendo i propri studi per un colloquio privato e gratuito. Puoi consultare questo elenco e trovare il professionista più vicino a te.
Nel mio caso mi metterò a disposizione su appuntamento, sia per ricevere nel mio studio a Torino, sia per ricevere in videochat, in tutta Italia.

Il tema 2019 è Psicologia e Diritti Universali. Un tema particolarmente attuale e dibattuto quello sui nuovi diritti. Si va dai diritti per i migranti, ai diritti per le persone LGBTQI+ e le loro famiglie, ai diritti per i malati terminali, fino ai diritti per la neurodiversità. Quest’anno intendo promuovere e celebrare i diritti delle persone neurodiverse (Asperger e spettro autistico, ADHD, DSA, Tourette).

Cresce sempre più la consapevolezza che “neurodiversità” non significa “malattia”. Significa “stile cognitivo differente”. E cosa cambia in concreto? Cambia che i soggetti neurodiversi con un quoziente intellettivo nella norma (o superiore alla norma) non sono malati da accudire e confinare, oggetto della nostra pietà, destinati a ricevere nel migliore dei casi una pensione d’invalidità.
Sono soggetti dotati di grandi capacità che, come tutti, possono e devono contribuire al progresso della comunità e del mondo del lavoro.
Ne parlo anche qui e qui.
È sufficiente che siano messi nelle condizioni di poter imparare, studiare, lavorare, interagire nei modi più congeniali per loro.

Se pretendo che un bambino dislessico impari a leggere seguendo le procedure che usano tutti gli altri bambini, allora no, lui non può farlo. Se pretendo che un bambino autistico possa apprendere in un contesto caotico non potrà farlo. Entrambi i bambini potranno dare il meglio di sè seguendo approcci specifici, studiati per il loro funzionamento cognitivo. La loro è una condizione cerebrale peculiare, non patologica, e va accolta e valorizzata. In cambio avremo un bambino che saprà fare ogni cosa (leggere, scrivere, studiare), oltre a possedere caratteristiche specifiche della sua condizione: ad esempio spiccate doti spaziali e visive, elevata creatività, facilità a pensare fuori dagli schemi, grande capacità di concentrazione e notevoli doti mnestiche.

Per saperne di più sulla Neurodiversità o sulla Giornata Nazionale della Psicologia, o se vuoi prenotare il tuo appuntamento scrivimi a pecorara@gmail.com o chiama al 333 7606146

PSICHIATRIA, PSICOLOGIA, PSICOTERAPIA E COACHING: QUALI DIFFERENZE?

psichiatria psicologia psicoterapia coaching differenze

Si sente spesso parlare dell’una o dell’altra disciplina e non sempre sono chiare le specifiche competenze (e i rispettivi confini) per i non addetti ai lavori. Far luce può aiutare a scegliere bene il tipo di professionista che ci può aiutare.

• PSICHIATRIA: è una branca della Medicina e si occupa dello studio e del trattamento dei disturbi mentali in un’ottica farmacologica (dipendenze, disturbi psicotici, depressione maggiore etc). Talvolta lo psichiatra è anche psicoterapeuta: in tal caso, oltre a essere laureato in Medicina e specializzato in Psichiatria, ha frequentato anche una scuola di specializzazione in Psicoterapia per proporre un trattamento psicologico in affiancamento a quello farmacologico.
Chi è psichiatra risponde all’Ordine dei Medici ed è iscritto/a all’Albo dei Medici della propria Regione.

PSICOLOGIA: è una disciplina a se stante e lo psicologo è laureato in Psicologia e abilitato alla professione attraverso un Esame di Stato. La sua specialità è il sostegno psicologico di adulti, bambini e adolescenti, oppure coppie e famiglie in una situazione di crisi e sofferenza. Queste crisi incidono in modo evidente sul tono dell’umore, sul rendimento scolastico o lavorativo, sulle relazioni sociali e in generale sulla salute psicofisica di chi è coinvolto. Non essendo medico, lo psicologo non è autorizzato a prescrivere alcun tipo di farmaco, nè a gestire i dosaggi di farmaci già prescritti o ordinarne l’interruzione.
Chi è psicologo/a risponde all’Ordine degli Psicologi della propria Regione ed è iscritto/a al relativo Albo.

PSICOTERAPIA: è una specializzazione post-lauream aperta esclusivamente a Medici e Psicologi iscritti ai relativi Albi. Lo/a psicoterapeuta possiede un repertorio di tecniche specifiche per intervenire sui problemi psicologici più gravi e persistenti. Esistono diversi orientamenti teorici in psicoterapia: la Psicoanalisi, la scuola Cognitiva/Comportamentale, la scuola Sistemica, la Bioenergetica e molte altre. Se la psicoanalisi ha goduto di molta fama in passato, da alcuni anni è stata surclassata per efficacia da approcci più scientifici e moderni, come il cognitivismo clinico.

• COACHING: è una discipina aperta anche ai non laureati. Esistono molte scuole e orientamenti teorici (NPL, Scuola Ontologica, Gestalt etc). Il coach interviene in una situazione di stallo o d’insoddisfazione personale o professionale. Non lavora sulla sofferenza psicologica (non è autorizzato a farlo a meno che non sia anche psicologo). Lavora sull’empowerment di individui, gruppi e organizzazioni. Non esiste un albo professionale dei Coach. Esiste una Federazione Internazionale a cui il coach può afferire, senza obbligo.

Ph. Jon Tyson

GRETA E LA SINDROME DI ASPERGER

greta e la sindrome di asperger

Il volto di questa sedicenne ci è ormai familiare da tanti mesi.
È Greta Thunberg, attivista e fondatrice del movimento ambientalista FridaysForFuture, che lotta per accrescere la consapevolezza sui devastanti cambiamenti climatici a opera dell’uomo e su come invertire la rotta.

Greta ha delle qualità rare: è estremamente determinata, è focalizzata sull’obiettivo, ha massima coerenza, non conosce soggezione dinanzi ai potenti della Terra, non conosce tentennamento o perdita di motivazione.
Qual è la sua forza? La sua forza è (anche) un funzionamento cerebrale fuori dal comune.

Dice Greta: “Quando gli haters ti criticano per quanto sei stramba o per il tuo aspetto, significa che non sanno dove altro sbattere la testa. E sai che stai vincendo! Ho la Sindrome di Asperger e a volte i miei comportamenti differiscono dalla norma. Nelle giuste circostanze, essere diversi è un superpotere. Non parlo della mia diagnosi per nascondermici dietro, ma perchè conosco molte persone ignoranti che la vedono ancora come una “malattia”, come qualcosa di negativo. E, credetemi, questa diagnosi mi ha fatto del male. Prima che iniziassi a scioperare per il clima, ero a pezzi, non avevo amici e non parlavo con nessuno. Me ne stavo tutto il giorno seduta da sola, a casa, preda di un disturbo del comportamento alimentare. Ora è tutto passato: ho finalmente trovato un significato in un mondo che a tanti pare non averne affatto.”

La sindrome di Asperger fa parte dello spettro autistico. Non comportando danni alle capacità linguistiche né disabilità intellettive, è comunemente considerato un «disturbo ad alto funzionamento». A tutt’oggi non si conoscono le cause della sindrome, che solitamente è caratterizzata da limitazioni e alterazioni del comportamento sociale, da schemi motori ripetitivi e stereotipati, da attività e interessi circoscritti e può accompagnarsi a depressione, ansia, disturbo ossessivo-compulsivo.

Ma questa è solo una faccia della medaglia. Perchè ai “deficit” più o meno severi (a seconda del singolo caso) si affiancano capacità fuori dal comune, come la possibilità di rimanere concentrati per ore su un certo compito (hyperfocus) o spiccate abilità logiche e percettive.

Proprio come Greta, i soggetti Asperger definiscono spesso la loro condizione come una complessità mentale superiore alla media, piuttosto che come una malattia. Si vuole superare l’idea di un funzionamento “ideale” del cervello e della deviazione dalla norma come necessariamente patologica. Questa prospettiva promuove la “neurodiversità” come valore sociale, come nuovo concetto scientifico e come peculiare risorsa per il mondo del lavoro. (Ne parlo anche qui)

Nella stessa comunità scientifica si fa largo l’ipotesi che la sindrome di Asperger sia uno stile cognitivo diverso e non una malattia, pertanto in futuro potrebbe essere rimossa dal Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, com’è accaduto per l’omosessualità.

Già alcuni anni fa, un illustre studioso di nome Simon Baron-Cohen scrisse: «Nel mondo sociale non vi è grande vantaggio per un occhio preciso ai dettagli. Ma in matematica e informatica, nel mondo della musica, della linguistica, dell’ingegneria e della scienza, una forte attenzione ai dettagli può portare al successo».

In effetti alcuni soggetti Asperger hanno dato un contributo notevole al progresso umano: si dice che lo siano stati Michelangelo, Newton, Mozart, Einstein, Hitchcock e molti altri. Il punto è che la neurodiversità, se ben supportata e accolta, diventa una risorsa per tutta la comunità. E se i singoli soggetti sono accolti e supportati possono vivere e lavorare in modo gratificante. Basta spostare l’accento dal deficit (che si può contenere) alle aree di eccellenza.

Pur senza banalizzare, alcune problematiche depressive e ansiose degli Asperger potrebbero essere conseguenza non della condizione in sè, ma dello stigma sociale e dell’isolamento in cui spesso i soggetti sono relegati. Insieme alle loro famiglie.

RI/SENTIMENTO: L’EMOZIONE DELLO SCHIAVO

Risentimento l'emozione dello schiavo

“Il risentimento è l’emozione dello schiavo, non perché lo schiavo sia risentito, ma perché chi vive nel risentimento vive nella schiavitù”
F. Nietzsche 

Già, perché ri/sentimento vuol dire proprio continuare a ri/sentire la stessa emozione di rabbia, di frustrazione, d’impotenza. Un po’ come qualcosa d’indigesto che continua a riproporsi. E che non ci lascia stare. Ecco, questa è la “schiavitú” di cui parla Nietzsche. Uno stato d’animo che ci tiene alla catena di una situazione che magari è successa tanto, troppo tempo fa. E che non ci permette di andare avanti.

Qualcuno potrebbe dire: Eh, ma certe cose non si possono dimenticare o perdonare… Non si possono dimenticare, ma si possono superare. E si possono superare in tanti modi. Ognuno può trovare il suo. Ad esempio si può avanzare una richiesta di scuse, una richiesta che non si è mai avuto il coraggio di far prima. Si può chiedere un atto simbolico di riparazione. Oppure cercare un colloquio chiarificatore, perché siamo convinti di saper sempre cosa pensano gli altri e con quale malevolo intento “peccano”, ma spesso ci sbagliamo. E magari parlandone scopriamo che le intenzioni non erano così pessime o ammantate di malafede. Non capita anche a noi di sbagliare?

Sia come sia, quando smettiamo di “trattenere” (la rabbia, per esempio) e “lasciamo andare,” non siamo più ri/sentiti: cioè non ri/sentiamo più quell’emozione disturbante che ci ancorava al palo. E ci apriamo a nuove possibilità. Siamo di nuovo liberi!

NEURODIVERSITÀ: NUOVE SFIDE PER IL MONDO DEL LAVORO

neurodiversità nuove sfide

Che vocabolo strano “neurodiversità”… Che significa?
Come siamo differenti per colore degli occhi, dei capelli, per il genere e tutte le altre variabili fisiche, siamo differenti anche per molte caratteristiche cerebrali. Chi ha l’orecchio assoluto per la musica, chi si orienta perfettamente in un luogo sconosciuto, chi ha un dono speciale per l’empatia, chi fa difficili calcoli a mente… e così via.
Sono tutte qualità permesse dal nostro funzionamento cerebrale.

In alcuni casi la neurodiversità si manifesta (almeno a prima vista) come una mancanza: sindrome da deficit dell’attenzione (ADHD), sindrome di Asperger, quelli che vengono definiti “disturbi specifici dell’apprendimento” (come dislessia, discalculia etc), e alcune altre condizioni particolari, come la Sindrome di Tourette.

Si devono considerare queste condizioni solo in termini di deficit e carenze?
Esiste il valore aggiunto di un funzionamento cerebrale DIFFERENTE?
Per il mondo del lavoro, soprattutto digitale (tech, fintech, biotech, AI, animazione e gaming…), si tratta di una questione molto interessante.

In questi settori c’è bisogno di risolvere problemi molto complessi, d’innovare costantemente, saper ragionare in modo creativo e “divergente” per affrontare le tante nuove cybersfide. Proprio da chi ha speciali caratteristiche cerebrali può giungere meglio questo aiuto. Chi ha un peculiare funzionamento cerebrale ha un vantaggio competitivo interessante per le aziende. Vediamo in breve quali.

GLI ASPERGER sono altamente creativi e immaginativi, dotati di concentrazione straordinaria, eccellenti capacità logiche e spaziali. Sono in grado di affrontare i problemi da punti di vista inconsueti e potenzialmente vincenti.
Greta Thunberg è Asperger: determinazione, focalizzazione sull’obiettivo, nessuna soggezione dinanzi ai poteri forti sono le sue doti più evidenti.

GLI IPERATTIVI (ADHD) possiedono una vivida immaginazione e sono particolarmente creativi. Altamente distraibili se poco interessati a qualcosa (da qui prende il nome la loro condizione), sono in grado di concentrarsi in modo eccezionale (hyperfocus) su ciò che li attira di più (poniamo lo sviluppo di un videogioco o di un’animazione).

I DISLESSICI sono maestri del pensiero laterale. Ben l’84% ottiene alti punteggi nel ragionamento, nella comprensione di specifiche configurazioni spaziali e pattern visivi e hanno ottime capacità di giudizio e decisionali. Le loro competenze sono inestimabili quando occorre affrontare una questione secondo prospettive più ampie e valutare le situazioni da molti punti di vista differenti.

Com’è facilmente intuibile, tutte queste caratteristiche sono un plus per molti ambienti di lavoro. Se molti “normodotati” (o neurotipici) si distraggono facilmente per il continuo sopraggiungere di stimoli (come mail e telefonate), alcuni “neurodiversi” riescono a mantenere intatta la concentrazione, sopportano meglio compiti di routine che esigono massima precisione (come controllo/verifica o data entry) e in generale portano visioni insolite dei problemi trasformandoli più facilmente da sfide a opportunità. C’è bisogno di aggiungere altro?

AUDIOGUIDA PER L’INSONNIA: METODO CBT-I

Audioguida per l'insonnia metodo CBT-I

Insonnia… Proviamo a sdrammatizzare?
Vediamo un po’. Hai provato a contare le pecorelle ma non funziona. Hai provato col bagno caldo e la musica soffusa prima di coricarti a letto e non funziona. Hai provato con la tisana rilassante e le campane tibetane. Poi hai visto per caso uno di quei format americani e ti sei persino lasciato cullare dal ronzio del phon. Nulla!
Come mai? Magari ti sei convinto/a che la tua sia un’insonnia “incurabile”

La verità è che tante delle strategie, o meglio pseudo-strategie, che mettiamo in atto sono inefficaci. A volte sono persino controproducenti.
Una per tutte : “sforzarsi di dormire”. O peggio, tentare di recuperare durante il giorno il sonno perso nella notte. E peggio che mai, autoprescriverci sonniferi!
Sì, facciamo tutto in buona fede, convinti che la cosa serva. Vogliamo risolvere il problema. Ma spesso non è così. E notte dopo notte l’insonnia ci perseguita.

Negli anni la Medicina del Sonno ha studiato alcuni esercizi, semplici ed efficaci, per ritrovare il sonno perduto e il piacere di dormire.
Si tratta del PROTOCOLLO COGNITIVO/COMPORTAMENTALE PER L’INSONNIA (CBT-i). Un insieme di tecniche sperimentate da team di ricerca internazionali, le stesse proposte in tutti i centri di Medicina del Sonno

Se vuoi saperne di più, ho pubblicato una nuova audioguida per approfondire e praticare in autonomia gli esercizi che ho riassunto in 7 passi. Quali sono?
1. 
Diario del sonno
2.  Igiene del sonno
3.  Apprendimento per associazione
4.  Restrizione o compressione del sonno
5.  Intenzione paradossale
6.  Intervento cognitivo
7.  Mindfulness per l’insonnia
Sono alla portata di chiunque sia motivato e determinato a chiudere il capitolo della sua insonnia.

Dormire bene. Vincere l’insonnia in 7 passi
Versione CD
Versione MP3
Amazon Audible

Vuoi prima ascoltare il demo gratuito? Niente paura… Lo trovi qui!

E se hai domande, dubbi o curiosità, o vuoi intraprendere il trattamento CBT-i, scrivimi a pecorara@gmail.com

TRUFFE “ROMANTICHE” IN CASSAZIONE

truffe romantiche

Finalmente riconosciuto in Cassazione il reato di truffa “romantica” o “affettiva”

La Cassazione con sentenza n. 25165/2019 condanna chi, fingendo sentimenti d’amore per una persona, la induce in errore prospettandole una vita insieme solo per farsi consegnare del denaro. In sostanza, se si fa credere alla vittima di vivere una storia d’amore volta alla convivenza o al matrimonio, si mette in atto un vero e proprio artifizio o raggiro richiesto dalla norma penale per configurare il reato di truffa.

La Corte d’Appello ha infatti confermato la sentenza che ha condannato un imputato alla pena di due anni e sei mesi di reclusione e 1.500,00 € di multa, oltre al risarcimento del danno della persona offesa, per il delitto di truffa aggravata.

Si contesta all’imputato di “avere con artifizi e raggiri, consistiti nell’avviare una relazione sentimentale con la persona offesa (p.o.)(di molto più grande di lui), nel proporle falsamente l’acquisto in comproprietà di un appartamento (e poi di altro appartamento) consegnandole anche fotografie dello stesso, nel richiederle prestiti proponendole la cointestazione di quote societarie, indotto in errore la p.o circa l’effettivo acquisto dell’immobile e sulla situazione economica della propria società facendosi consegnare ingenti somme di denaro, in tal modo procurandosi un ingiusto profitto con pari danno per la p.o.” L’imputato, all’esito del secondo giudizio a lui sfavorevole ricorre in Cassazione lamentando:

  • come la Corte d’appello abbia erroneamente configurato nella sua condotta il reato di truffa, stante l’assenza di un’attività finalizzata a ingannare la persona offesa. Egli si sarebbe infatti limitato a ricevere prestiti volontariamente concessi dalla persona offesa;
  • come il giudice di secondo grado non abbia compiuto alcuna valutazione autonoma del materiale probatorio prodotto, con particolare riferimento alle dichiarazioni della persona offesa;
  • il contenuto della motivazione a sostegno della irrogazione di una pena ritenuta eccessiva e del mancato riconoscimento delle attenuanti generiche.

Ma fortunatamente la Cassazione con sentenza n. 25165/2019 rigetta il ricorso dell’imputato perché infondato. Si è ritenuto infatti che la persona offesa non abbia consegnato denaro all’imputato per perseguire finalità speculative trasparenti, ma per realizzare il progetto di andare a vivere insieme.
La Cassazione rileva come la Corte d’Appello abbia correttamente risposto “sottolineando che la condotta del ricorrente era consistita non (solo) nel simulare sentimenti d’amore, ma nel coordinare la menzogna circa i propri sentimenti con ulteriori e specifici elementi (il progetto di vita in comune, l’investimento societario) idonei, insieme ad essa, ad avvolgere la psiche del soggetto passivo in modo da assumere l’aspetto della verità ed a trarre in errore.”

Attenzione però. La Cassazione precisa che la truffa non si configuri per il semplice inganno riguardante i sentimenti del reo per la vittima. Si configura perché la menzogna circa i propri sentimenti si allinea con uno scenario studiato e simulato per manipolare gli stati mentali della vittima: le sue emozioni, le sue intenzioni e motivazioni. “Non c’è dubbio che l’imputato, nella presentazione di una falsa prospettiva di vita in comune, abbia indotto in errore la persona offesa, la quale, proprio perché coinvolta in una relazione sentimentale non poteva avere sospetti delle reali motivazioni che stavano dietro alle richieste di denaro.”

Se sospettate di essere caduti/e nella trappola di un/a truffatore (o scammer), rivolgetevi subito a uno studio legale e/o all’ACTA, Associazione Contro le Truffe Affettive. Otterrete un aiuto immediato e gratuito. LINK QUI

Nessuna vergogna o imbarazzo a denunciare. I truffatori e le truffatrici operano manipolazioni sottili, continue e sistematiche. Spesso non si tratta nemmeno di singoli soggetti, ma di vere organizzazioni criminali internazionali.
Chiedete aiuto e denunciate senza indugio.

Photo: Artem Beliaikin