MEDICAL GASLIGHTING: COME IMPATTA SULLA TUA SALUTE EMOTIVA

Medical gaslighting: come impatta sulla tua salute emotiva

Il Medical Gaslighting non è un fenomeno nuovo. Di sicuro è un tema estremamente attuale a cui ora si dedica più attenzione e non a caso. Perchè il Medical gaslighting è più diffuso di ciò che pensiamo e ha un forte impatto sulla salute fisica ed emotiva delle persone che lo hanno subito.

Intanto di cosa si tratta precisamente?
Il “Medical Gaslighting” si verifica quando i vissuti fisici di un paziente vengono minimizzati, ignorati o erroneamente attribuiti a fattori psicologici o psichiatrici da parte degli operatori sanitari. In buona sostanza, il paziente non viene creduto quando riporta i suoi sintomi, oppure la sua richiesta d’aiuto viene banalizzata. Talvolta persino derisa.
Soprattutto quando i sintomi “non rispecchiano” ciò che un medico si aspetta, non è raro che il paziente si senta dire che “sta esagerando”, che “sta bene, è solo un po’ di stress” e via dicendo.

Questo tipo di risposta e di mancata empatia rompe la fiducia medico/paziente e rompe l’alleanza terapeutica, che è il fattore chiave per ogni terapia che funzioni. Il paziente perde fiducia nella possibilità di essere compreso e di essere preso in carico per la sua condizione clinica. A volte perde persino la fiducia in se stesso. Perchè non sa più a cosa credere: alle parole dello “specialista” o alla verità che sente nel suo corpo? Da qui iniziano spesso i calvari alla disperata ricerca di qualcuno che sappia mettersi in ascolto, prima ancora che avere le giuste “competenze tecniche”.

1. Quando la “Risonanza” si Interrompe

Il “Feeling Felt”: In un incontro clinico che funziona, il paziente ha bisogno di “sentirsi sentito”. E cioè sentirsi accolto e compreso, validato nei suoi sintomi e nella sua sofferenza.

La Rottura: Nel gaslighting medico, questa validazione fallisce. Il medico non si sintonizza con la realtà esperita dal paziente e questo crea una profonda divergenza tra l’esperienza soggettiva del corpo (“Sto male”) e il feedback esterno (“Non hai nulla”).

2. L’Impatto sul Sistema Nervoso: Disintegrazione e Trauma

La nostra salute psicofisica si regge sull’integrazione: integrazione tra mente e corpo, integrazione tra esperienza interna e feedback esterno, integrazione tra noi e gli altri. Il gaslighting medico agisce come una forza disgregante e determina:

Dissonanza Cognitiva (prefrontale): la corteccia prefrontale cerca di dare senso all’esperienza. Quando l’autorità medica nega la realtà, il paziente entra in un conflitto interno che può portare a una perdita di fiducia nelle proprie percezioni enterocettive (i segnali che arrivano dal corpo).

Risposta da Stress: non essere protetti, accolti e compresi in un momento di vulnerabilità attivale nostre emozioni più profonde (paura, rabbia, imbarazzo, vergogna…), trasformando una visita medica in un potenziale evento traumatico o ri-traumatizzante.

3. La Vulnerabilità dei Sistemi Relazionali

Il Medical Gaslighting non colpisce tutti allo stesso modo. Esistono dinamiche di potere che rendono alcuni sistemi relazionali più fragili. Spesso, pregiudizi impliciti legati al genere, alla giovane età, all’orientamento sessuale o all’appartenenza a minoranze agiscono come bias e questo rende più difficile entrare in sintonia e più facile svalutare i sintomi riportati. Specie se questi sintomi disattendono l’aspettativa del medico, che non riesce a spiegarseli attraverso le sue competenze.

Nella mia esperienza di psicologa, ho incontrato tante persone che mi hanno riportato un lungo cammino prima di arrivare finalmente a una diagnosi. Ci sono casi di malattie rare scambiate per disturbi psichiatrici, malattie autoimmuni non riconosciute e banalizzate come eccesso d’ansia. Esistenze rimaste in sospeso e condizioni cliniche peggiorate perchè non sono state accolte nei tempi e nei modi dovuti.

4. Riparare la Relazione: Verso una Clinica Integrata

Come far fronte a tutto questo?

Per il personale medico/sanitario:

• La validazione come è un potente strumento neurobiologico: validare l’esperienza del paziente non significa necessariamente avere già una diagnosi, ma riconoscere la realtà del suo vissuto. Dare legittimità ai suoi sintomi significa riconoscere autorevolezza a colui/colei che è esperto/a nel percepire il proprio corpo. Questo stabilizza il sistema nervoso del paziente, mettendo le basi per una solida alleanza terapeutica e quindi per una prognosi migliore.

• Mindsight per i professionisti: coltivare una educazione emozionale come parte integrante della propria professionalità e a riconoscere i propri bias prima che interferiscano con la cura.

Per i pazienti:

• Riconoscere quel che sta succedendo nella stanza medica, senza mettere in dubbio la realtà di ciò che percepisci è il primo modo per difendersi dal medical gaslighting. Se più volte hai cercato di spiegare in modo chiaro come ti senti e non sei stato creduto o curato per ciò che portavi, rivolgiti ad altro/a specialista. Troverai qualcuno che saprà dare valore alla tua storia e ti permetterà di trovare le cure più adeguate.
Se hai avuto esperienze di medical gaslighting e ti serve uno spazio per parlarne, scrivimi a pecorara@gmail.com

Photo: Maria Luísa Queiroz

IN TEMA:
DOLORE ANSIA E INSONNIA: FIBROMIALGIA E L’AIUTO DELLA MINDFULNESS:
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LA SINDROME DI EHLERS-DANLOS INFLUENZA MENTE E CERVELLO
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LA SINDROME DI EHLERS-DANLOS INFLUENZA MENTE E CERVELLO

LA SINDROME DI EHLERS-DANLOS INFLUENZA MENTE E CERVELLO

La Sindrome di Ehlers-Danlos (EDS), di cui esistono 13 sottogruppi, si manifesta come una rara alterazione dei tessuti connettivi. E’ da sempre associata alla compromissione (più o meno severa) dell’apparato muscolo-scheletrico. I sintomi più comuni sono ipermobilità articolare, dolore cronico e ipotonia muscolare, dislocazioni e lussazioni a carico di vari distretti articolari, iperelasticità e fragilità della pelle.
Oggi, grazie a nuovi studi neuroscientifici, sappiamo che le alterazioni del collagene e dei tessuti connettivi hanno conseguenze anche sul funzionamento del Sistema Nervoso Centrale (SNC) e del Sistema Nervoso Autonomo (SNA). Quindi possiamo ben dire che la sindrome di Ehlers-Danlos influenza corpo, mente e cervello e va considerata in un’ottica sistemica e integrata.

ASPETTI NEUROFISIOLOGICI
Per iniziare, il 75% dei soggetti con EDS presenta mal di testa ricorrenti, a fronte del 20% della popolazione comune. Questo mal di testa può segnalare perdite di liquido cerebro-spinale, conformazioni cranio-facciali anormali, o malfunzionamento del SNA (responsabile della regolazione delle funzioni involontarie come pressione sanguigna, frequenza cardiaca, digestione e temperatura corporea). Un tipico malfunzionamento del SNA, o disautonomia, è la POTS (Sindrome da Tachicardia Posturale Ortostatica), che causa un aumento eccessivo della frequenza cardiaca quando ci si alza in piedi. I sintomi includono vertigini, svenimenti, palpitazioni e affaticamento. La POTS è associata sia a disturbi gastrointestinali (come la gastroparesi), sia a disturbi cognitivi, per via della insufficiente perfusione di sangue nel cervello.

La barriera emato-encefalica è responsabile del trasporto di nutrienti al cervello (portando le tossine fuori) e funziona da scudo per i patogeni. Nella EDS, questa barriera naturale è più permeabile, quindi più fragile. Perchè le proteine delle giunzioni strette, che normalmente sigillano lo spazio tra cellule epiteliali vicine, non sono integre. La maggiore permeabilità della barriera può causare un minor apporto di nutrienti al cervello, una maggior probabilità di ingresso di patogeni e di circolazione di tossine e citochine infiammatorie nel SNC. Tutto questo può causare annebbiamento cognitivo, affaticamento e aumentare l’esperienza del dolore.

A livello vascolare, le alterazioni del collagene indeboliscono le pareti arteriose e venose e questo può aumentare il rischio di aneurisma.
Il collagene è cruciale anche nella trasmissione sinaptica, e le sue alterazioni possono rallentare o compromettere la comunicazione tra neuroni.

ASPETTI PSICOLOGICI
Vivere con la EDS, specie la hEDS che è caratterizzata da ipermobilità articolare, instabilità (lussazioni), dolore cronico e pelle fragile, significa sperimentare paura costante di cadere, lussarsi o slogarsi, aggiungendo altra difficoltà e altro dolore. Vivere in uno stato di paura e dolore costante apre la strada a profonda sofferenza di natura ansiosa, fobica e/o depressiva. E questo alimenta un circolo vizioso in cui il dolore fisico inevitabilmente esacerba il vissuto emotivo e questo, a sua volta, amplifica la sensazione di dolore, interferendo con la propriocezione e l’enterocezione, che già patiscono la disautonomia sistemica.

La sindrome di Ehlers-Danlos influenza corpo, mente e cervello e lo fa su molteplici piani interconnessi. Sempre più occorre andare verso una sua comprensione integrata e multidisciplinare. Medicina, neuroscienze, psicologia e neuropsicologia devono potersi parlare e arrichire a vicenda. Non si può più pensare di approcciare la EDS a compartimenti stagni. Men che meno i singoli pazienti e le loro vite!

Se tutto ciò non bastasse, il lungo percorso verso la diagnosi di una malattia rara, l’incontro con personale medico-sanitario scettico e svalutante, o impreparato, può aggiungere un pesante carico emotivo e cognitivo nell’esperienza di molti e molte.
Per EDS attualmente non esiste una cura, solo possibilità di contenimento farmacologico, non esente da controindicazioni ed effetti collaterali. Logico come tutto questo possa ulteriormemente rinforzare sintomi ansiosi, fobici e depressivi, con un impatto profondo sulla qualità di vita.

EDS E PREVALENZA FEMMINILE
Un altro grande capitolo si apre se pensiamo a come EDS tocchi in modo differente uomini e donne. EDS ha una prevalenza femminile schiacciante: circa l’80% di pazienti sono donne. Questo significa che il ciclo mestruale, i tessuti uterini e il delicato equilibrio ormonale di una paziente donna sono a rischio complicanze. In effetti molte pazienti EDS riportano storie di endometriosi, fibromi uterini e altre condizioni ginecologiche. Inoltre il sanguinamento mestruale elimina dall’organismo vitamine e sali minerali di cui il corpo è gia spesso deprivato, specie per chi lamenta condizioni gastrointestinali croniche concomitanti.
Nelle pazienti EDS, anche se colpite in forma lieve, è fortemente sconsigliata una gravidanza, sia per questioni di ereditarietà genetica, sia perchè il corpo sarebbe sottoposto a un grave stress. Tutto questo impatta ulteriormente sui progetti di vita di alcune pazienti e delle loro famiglie, aggravando il peso psicologico della condizione.

Premesso tutto questo, è necessario sviluppare la sensibilità e le competenze per studiare questa (e altre condizioni cliniche) anche sotto la lente della Medicina di genere.

CONCLUSIONI

Ricordiamo infine che il primo fattore terapeutico è sempre la costruzione di una salda alleanza tra paziente e medico, fatta di fiducia reciproca. Prima ancora che di risposte e tecniche di cura, come esseri umani abbiamo bisogno di chi crede alle nostre parole e alla nostra esperienza soggettiva. Di chi si prenda cura di noi e della nostra storia. Di chi ha coraggio per poterci accompagnare e dare valore e legittimità a come stiamo e a come ci sentiamo. Non per indulgere ed autocommiserarci, ma per sentirci saldi in una relazione sicura che offra connessione emotiva.
Sentirsi connessi e sicuri non è un optional, nè un punto d’arrivo. È invece un punto di partenza per ogni relazione umana volta alla crescita personale e sociale.

Se vuoi raccontarmi la tua esperienza con EDS, o con un’altra malattia rara, scrivimi a pecorara@gmail.com

Photo: Keith Tanner

IN TEMA:
Intervento di Matt Westerman “Neurobiological and Neuropsychological disturbance in EDS” (28.02.26)
https://youtu.be/NnkJKrACV9U
Associazione Italiana Sindrome di Ehlers-Danlos Onlus
https://www.aised.it
The Ehlers-Danlos Support UK
https://www.ehlers-danlos.org/
DOLORE ANSIA E INSONNIA: FIBROMIALGIA E L’AIUTO DELLA MINDFULNESS
https://www.rossanasilviapecorara.com/dolore-ansia-insonnia-fibromialgia-e-mindfulness/
MEDICAL GASLIGHTING: COME IMPATTA SULLA TUA SALUTE EMOTIVA
https://www.rossanasilviapecorara.com/medical-gaslighting-come-impatta-sulla-tua-salute-emotiva/

VYSTOPIA: VIVERE VEGAN IN UN MONDO NON VEGAN

Vystopia: vivere vegan in un mondo non vegan

Oltre il piatto, una nuova visione del mondo
Abbracciare uno stile di vita vegetariano o vegano non è solo un cambio di dieta: è una vera e propria trasformazione del modo in cui percepiamo la realtà. Ci troviamo a guardare con occhi diversi il mondo animale, il nostro pianeta fragile, il cambiamento climatico, persino noi stressi! Il nostro sguardo non è più solo intellettualistico: si fa vivo, vibrante ed empatico.

È come se si fosse squarciato un velo: una volta che vedi la sofferenza dietro la normalità, non puoi più far finta di non vederla.

Talvolta però, dopo i primi momenti di entusiasmo, ci si scontra con una sensazione sottile e via via logorante: quella di abitare un mondo che non parla la nostra lingua. È quella che la psicologa Clare Mann ha chiamato Vystopia. Improvvisamente, ciò che prima era normale — una cena in famiglia, una battuta al bar, un’informazione che passa al tg — diventa fonte di disagio o di sconforto.

Vivere vegan in un mondo non vegan può farci sentire isolati, inompresi, sminuiti o persino ridicolizzati. A volte ci sentiamo anche in colpa per non riuscire a fare abbastanza o per non essere stati pronti prima a vivere una vita vegan. È questa la Vystopia.

Il peso del “Minority Stress” relazionale

Nella mia pratica clinica, a contatto con chi come me ha scelto il veganesimo, noto spesso che la sofferenza più acuta non deriva dalla mancanza di opzioni al ristorante, ma dalla mancanza di rispetto nelle relazioni più strette. È un peso psicologico specifico: sentirsi ‘l’alieno’ a tavola con le persone che amiamo e che ci amano. Quando i nostri valori più profondi vengono liquidati come fissazioni o capricci, ci sentiamo svalutati e non rappresentati. E ciò può portare a isolarsi, oppure a provare rabbia e frustrazioni costanti.
Il mio lavoro con i pazienti parte da qui: legittimare quel dolore. Non sei “troppo sensibile”, non stai “esagerando”: stai semplicemente reagendo in modo umano a una discrepanza etica profonda.

Validare il dolore per ritrovare l’equilibrio

Una delle sfide più grandi è smettere di sentirsi sbagliati o inadeguati per il fatto di soffrire o di perseguire una scelta ancora “impopolare”. Per proteggersi dalla Vystopia si può cercare la via del “non sentire” o, al contrario, si vive in uno stato di perenne allerta e frustrazione. Come psicologa, accompagno le persone a comprendere che la propria empatia è una bussola, non un difetto di fabbrica. Il segreto non è smettere di sentire, o minimizzare, o rompere con tutto e tutti. Ma imparare a concederci tempi, modi, spazi che proteggano la nostra salute emotiva e i suoi confini. Come? Allenandoci a stare nel mondo validando noi per primi il nostro legittimo sentire e i nostri legittimi bisogni, trasformando l’angoscia in una coerenza che ci faccia sentire integri e non frammentati.

Perché la condivisione di valori in terapia fa la differenza

C’è un motivo per cui molti pazienti cercano specificamente una psicologa vegana: la certezza del sentirsi accolti e compresi fino in fondo senza bisogno di tante spiegazioni. La certezza di condividere gli stessi valori. Perchè lo spazio psicologico funziona solo se sicuro. Sapere che la persona seduta di fronte a te (o dall’altra parte dello schermo) comprende l’impatto emotivo di vivere in una società non-vegana permette di saltare le premesse e andare dritti al cuore del problema, in un clima di riconoscimento empatico, di ascolto non giudicante.

La mia esperienza

Dal 2013 ad oggi, la mia avventura da vegana ha vissuto qualche picco vystopico e ho potuto imparare nel concreto che la coerenza tra i propri valori e la propria vita quotidiana fonda il benessere psicologico a lungo termine. Oltre a questo, dare tempo e modo alle persone vicine a noi di comprendere e accogliere emotivamente il nostro cambiamento, senza pretendere che succeda tutto in un attimo o mai più, può dare fiato a noi e agli altri.

IN TEMA:
ECO-ANSIA, ATTACCHI DI PANICO E CRISI CLIMATICA:
https://www.rossanasilviapecorara.com/eco-ansia-attacchi-di-panico-e-crisi-climatica/
SCELTA VEGAN E VITA IN FAMIGLIA: ISTRUZIONI PER L’USO
https://www.scienzavegetariana.it/mail/news-vegan-famiglia.htm

Photo: João Ferreira

L’IA MI HA INTERVISTATO ED ECCO COM’È ANDATA…

L’IA mi ha intervistato ed ecco com’è andata…

Quando mi sono trovata a raccontare il mio percorso professionale a Gemini, una tra le più note intelligenze artificiali, per trovare una guida nello sviluppo dei contenuti del mio sito, é successa una cosa che non avevo previsto. 
Oltre a qualche spunto utile in linea con la mia richiesta, Gemini ha iniziato a farmi domande interessanti, e anche “interessate”, su come gestisco alcune situazioni nella mia pratica clinica.
Lo sappiamo: le IA offrono risposte, sì, ma sono sostanzialmente modelli di apprendimento. Quindi stava esattamente facendo ciò per cui é progettata: imparare, in questo caso dalle mie risposte alle sue domande. Ho contenuto la sua curiosità (vorrà mica “rubarmi” il lavoro? è stato il retropensiero…) e le ho chiesto invece di ideare un’intervista sui temi che mi stanno più a cuore. Ecco le sue domande ed ecco com’è andata! 
Buona lettura

1. Rossana, il tuo profilo professionale è molto peculiare: sei una psicologa a Torino che lavora anche online. Come convivono nel tuo studio queste diverse dimensioni e quali sono i vantaggi per chi ti sceglie a distanza, specialmente per gli expat?
Lavorare con la comunità expat é una delle cose che mi piace di più e tutto é iniziato poco prima dell’avvento del Covid. Essere a distanza eppure fortemente connessi, vivendo dimensioni geopolitiche e socioculturali diverse, é appassionante. Da parte mia apre scambio, confronto, anche curiosità  e ispirazione.
Per i miei utenti ritrovare “aria di casa”, condividere la lingua e un background culturale, rende più fluido e maneggevole il lavoro psicologico, che é intessuto anche di significati e simboli (e codici di comportamento) non sempre universali, non sempre compresi o permessi in altre culture. 
Ma non tutte le persone che seguo online sono expat. Alcune abitano in altre parti d’Italia e alcune nella mia stessa città (Torino) e per vari motivi trovano più comodo collegarsi online che raggiungermi in studio. In un solo caso seguo online una ragazza expat non italiana, che ha vissuto per alcuni anni a Torino (dove ci siamo conosciute) e ora é rientrata in patria in India. 

2. Sei vegana dal 2013 e molti pazienti ti cercano specificamente per questo. In che modo la tua scelta etica personale arricchisce il percorso terapeutico di chi sta affrontando una transizione alimentare o vive tensioni legate a questo stile di vita?

In me possono trovare esperienza nel gestire, personalmente e da tempo, quegli stessi temi che per loro sono tuttora fonte di stress e incomprensioni. Sapere che ci sono modi per parlare e comunicare la propria sensibilità vegan, così come trovare nel setting psicologico una perfetta consonanza di interessi e valori apre le porte della fiducia e della condivisione. Offre speranza tangibile e si aprono nuove possibilità di azione.

3. Spesso i pazienti vegani non soffrono per la scelta in sé, ma per gli attriti con la famiglia o il partner. Qual è l’importanza del lavoro sui “confini” e sull’assertività in questi casi?
É una parte fondamentale. Saper vedere e riconoscere la propria sensibilità e i propri bisogni come legittimi aiuta a tracciare i confini: a non farsi invadere dalle aspettative o dai bisogni altrui. Non perché i nostri bisogni sono più importanti di quelli degli altri, ma perché non lo sono di meno. E occorre trovare uno spazio sicuro per una coabitazione accettabile. Offrire spunti per comunicare di più e meglio, insieme all’accoglimento e alla validazione di ciò che siamo e di ciò che é importante per noi, é un passo cruciale. 

4. Anche se non appartieni personalmente alla comunità LGBTQ+, molti pazienti di questa comunità si affidano a te con grande fiducia. Secondo te, cosa cercano (e cosa trovano) nel tuo approccio clinico?
Trovano fiducia, rispetto, accoglimento e legittimazione. Anche valorizzazione della propria unicità. La comunità LGBTQ+ é sempre stata fonte di grande ispirazione per me e le sono molto riconoscente.

5. Il tuo lavoro si concentra molto sull’ascolto dei “legittimi bisogni”. Perché per un paziente che si sente “una minoranza” (che sia per scelta etica, identità o perché vive all’estero) è così difficile, a volte, riconoscere i propri bisogni come validi?
Fin da piccolə ci viene insegnato a ubbidire e conformarci per essere accettatə e benvolutə. Il rischio é perderci chi siamo davvero, disconoscere o dimenticare parti di noi, o peggio, vivere una vita non nostra seguendo regole di condotta non scritte da noi. E quando ci allontaniamo da quelle regole, che prescrivono come ci dobbiamo sentire, chi dobbiamo amare o cosa dobbiamo mangiare, ci sentiamo a disagio, preda della vergogna o del senso di colpa. Ma la vergogna e il senso di colpa non parlano del fatto che c’è qualcosa di sbagliato nel nostro essere o nel nostro fare: sono semplicemente le conseguenze del prendere le distanze da un comune sentire. Perchè siamo mammiferi sociali, che vivono in gruppo, e il giudizio del gruppo é importante per la nostra sopravvivenza sociale. Contraddirlo ci mette emotivamente in una posizione scomoda. Ma lasciare emergere la nostra autenticità é sempre una scelta di valore, che ripaga in salute mentale. 

6. Se dovessi dare un consiglio a chi si sente costantemente giudicato o non rispettato nelle proprie relazioni strette a causa dei propri valori, da dove suggeriresti di iniziare?
Un primo esercizio utile é quello di mettere per iscritto un elenco (in divenire) dei propri stessi giudizi auto-limitanti (non sono adattə per questo, non riuscirò mai a fare quello, lui o lei é meglio di me, non mi merito amore o successo…). A lato buttiamo giù un elenco di fatti: obiettivi che abbiamo raggiunto, accadimenti della nostra vita privata e professionale… Noteremo subito quanto c’è del nostro nel limitarci e colpevolizzarci! Riuscire a vederlo è utile perchè, se i fatti non si possono cambiare, i giudizi sì! Se un giudizio mi aiuta e mi apre porte, bene. Se le chiude, e cioè se mi fa stare male o non mi aiuta a raggiungere i miei obiettivi, allora posso metterlo da parte e cercare un nuovo giudizio, una nuova interpretazione dei fatti. Solo se cambio il giudizio posso cambiare l’azione. E se cambio l’azione cambio il risultato! 

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• Sorellanza, il superpotere delle expat
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Ph.: R. S. Pecorara + Gemini

LE PAROLE CONTANO: VITTIMA O SURVIVOR?

Le parole contano: vittima o survivor?

In alcuni Paesi del mondo, e nella letteratura scientifica, è pratica comune riferirsi a chi ha attraversato situazioni di trauma fisico e/o psicologico come “survivor” (sopravvissuto o sopravvissuta) invece che “vittima”. A prima vista non si nota la differenza, eppure c’è ed è profonda.

Il termine “vittima” relega la persona nell’impotenza, continuando a sottrarle potere, così come hanno già provato a fare un aggressore o una fatalità, come un incidente o una malattia (non mortali, evidentemente; nel qual caso è lecito parlare di “vittima” e non certamente di “survivor”).
La vittima è per definizione “impotente” e tale resta: viene cristallizzata in una situazione di passività. Il termine “survivor” rompe questo schema: chi sopravvive è attivo e resiliente e può scrivere nuove pagine nella sua vita. Non resta incastrato, o incastrata, nella gabbia dell’impotenza e della rassegnazione.

Togliere potere è ri-traumatizzare la persona che già è sopravvissuta al trauma, fisico o psicologico. E i survivors hanno invece bisogno di attingere a tutta la loro forza: hanno necessità di riappropriarsi del proprio “potere di”, per riprendere in mano la propria salute e la propria vita.

Le parole contano. Perchè è da lì che passa una cultura: dalle narrazioni che consente e dal linguaggio che usa per costruire queste sue narrazioni. Non si tratta di una distinzione puramente linguistica e accademica. Le parole che usiamo e quelle che non usiamo costruiscono un mondo o ne costruiscono un altro e dobbiamo diventarne sempre più consapevoli. Perchè le parole gettano ponti o alzano muri e utilizzare un linguaggio che ci riconosce come soggetti attivi sostiene la nostra autodeterminazione e favorisce processi di crescita individuale e collettiva.

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Orientamento sessuale: le parole contano
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I MIEI CONTRIBUTI PER TEEN TALK

I miei contributi per teen talk

Qui raccolgo, e continuerò ad aggiornare, i miei tanti contributi per Teen Talk, una rubrica repubblica.it, che parla del mondo degli adolescenti e del rapporto genitori-figli.

In questa rubrica puoi trovare ogni settimana una storia vera centrata su un problema da risolvere, o una sfida da affrontare, che coinvolge ragazzi e ragazze, e spesso anche i loro genitori. Il tutto commentato da uno psicologo o una psicologa.

Se vuoi mandare la tua storia, scrivi a teentalk@repubblica.it e la redazione la valuterà per la pubblicazione.

Qui alcuni dei miei contributi per Teen Talk…
Buona lettura!

• La linea sottile tra privacy e controllo

https://d.repubblica.it/culture/power/2025/05/19/news/sospetto_che_mia_figlia_martina_nasconda_qualcosa_devo_controllare_o_rispettare_la_sua_privacy-424340285/

• Difficoltà a scuola
https://d.repubblica.it/magazine/2025/04/21/news/ho_due_figli_adolescenti_luca_va_bene_a_scuola_valerio_no_e_ora_ho_paura_che_smetta_di_studiare-424266614/

• Scontri mamma/figlia
https://d.repubblica.it/magazine/2025/02/11/news/con_mia_figlia_di_14_anni_e_uno_scontro_continuo_critica_tutto_quello_che_faccio_col_padre_no-424297380/

• Adolescenza e coming out
https://d.repubblica.it/beauty/benessere/2025/03/25/news/elisea_ho_aiutato_mia_figlia_dorotea_a_fare_coming_out_quando_aveva_17_anni-424268020/

• Piercing: sì o no?
https://d.repubblica.it/culture/dossier/teen-talk/2025/08/26/news/storie_vere_adolescenti_mia_figlia_vuole_un_piercing-424777482/

• Prime esperienze sentimentali
https://d.repubblica.it/culture/dossier/teen-talk/2025/10/07/news/storie_vere_adolescenti_teen_talk_padre_iperprotettivo_fidanzati_figlia-424882967/

• Stili di vita
https://d.repubblica.it/culture/dossier/teen-talk/2025/12/30/news/storie_vere_adolescenti_foto_social_vacanze-425057862/

Differenze caratteriali nei figli
https://d.repubblica.it/culture/dossier/teen-talk/2025/12/02/news/rossella_le_mie_figlie_cosi_diverse_e_il_mio_sforzo_di_motivarle_entrambe-425008658/

E se vuoi leggere – e anche ascoltare! – altre interviste che mi sono state fatte, le trovi tutte qui, in costante aggiornamento…
https://www.rossanasilviapecorara.com/interviste-fatte-a-me-da-leggere-e-da-ascoltare/

Photo: Aedrian Salazar

INTERVISTE FATTE A ME DA LEGGERE E DA ASCOLTARE

INTERVISTE FATTE A ME DA LEGGERE E DA ASCOLTARE

Scorrendo all’indietro la mia carriera, in molte occasioni mi è stato chiesto di approfondire alcuni temi della psicologia su carta stampata, e anche a qualche microfono! E quindi ecco alcune delle interviste fatte a me da leggere o da ascoltare.
Molti di più sono invece gli articoli e le interviste che ho condotto io nel corso del tempo, ma questa è un’altra storia! Qui raccolgo solo quelli che vedono me in veste di intervistata.

Nei primi anni 2000, laureata da poco, ricordo di aver partecipato come opinionista a trasmissioni televisive locali (con la giornalista Giulia Gioda in veste di conduttrice). Per curiosità, e anche per tenerezza!, mi piacerebbe poterle ritrovare in qualche anfratto del web… chissà se qualcuno che legge può aiutarmi!
Intanto qui trovate le interviste più recenti, in rigoroso ordine sparso. E man mano che ce ne saranno altre, sarò felice di aggiungerle.
Buon divertimento!

DA LEGGERE:
Elle Kids 2023 – Tocchi gentili
Elle Kids 2024 – Non ho l’età
Marie Claire 2025 – Quando arriva la notte
Cosa sono le emozioni secondarie e perché riconoscerle (moda.it)
Spring cleaning delle emozioni tossiche (repubblica.it)
Basta micro-managing: come smettere di dire ai figli ‘cosa fare’ (repubblica.it)
Intervista a Rossana S. Pecorara: ritrovare la consapevolezza del cibo con la Mindful Eating (thecoachingclass.it)
L’IA mi ha intervistato ed ecco com’è andata

Qui invece trovi tutti i miei contributi per Teen Talk, una rubrica repubblica.it, che parla del mondo degli adolescenti e del rapporto genitori/figli:
https://www.rossanasilviapecorara.com/i-miei-contributi-per-teen-talk/

DA ASCOLTARE:
Mindful Eating, un toccasana per la salute psicofisica (hopemedia.it)
Rossana, psicologa consapevole (radioveg.it)

E se vuoi saperne di più sulla mia formazione di Psicologa e Coach, clicca qui!

SIMONE BILES: ECCELLERE È QUESTIONE DI TESTA

Simone Biles eccellere è questione di testa

Simone Biles è una di quelle atlete fondamentali che più ci dimostrano che eccellere è questione di testa. Ce lo dimostra quando vince e ce lo dimostra ancor di più quando perde la rotta. Perchè quando Simon Biles perde la rotta non lo fa in modo qualsiasi, lo fa continuando a restare l’atleta eccellente che è.

Cosa me lo fa dire? Intanto una caratteristica fondamentale di chi eccelle è saper eccellere non solo quando le cose vanno bene, ma anche quando le cose vanno male.
Se tutto funziona è facile raggiungere grandi risultati. Ma quanti riescono a essere la migliore versione di se stessi anche quando le cose non funzionano?

Eccellere anche col vento contrario significa far del proprio meglio in una certa circostanza sfavorevole. Significa essere in ogni caso la migliore versione di se stessi e accogliere questa versione come legittima, anche se fallibile. Senza perdere lucidità e coinvolgimento.

E Simone Biles ci è riuscita, facendo le più opportune valutazioni e prendendo quelle decisioni che più risuonavano rispetto a come si sentiva. Ha saputo valutare con grande onestà, sensibilità e profondità le sue condizione psico-fisiche alle Olimpiadi di Tokio 2020. E ha agito di conseguenza. Perchè non accettare la propria vulnerabilità è mancare di rispetto alla persona che siamo.

Per chi non conosce la storia, ben documentata nella miniserie Netflix uscita da poco, a un certo punto la ginnasta super favorita per l’oro ha percepito che il suo corpo e la sua mente non erano allineati. Il corpo non pareva rispondere alle esigenze (e ai desideri) della mente e alle fortissime pressioni esterne. Ci vuole coraggio, onestà, grandissima capacità di valutazione e di decisione per confessare prima a se stessi, e poi a tutto il resto del mondo, che le proprie condizioni psico-fisiche non sono buone in un appuntamento così importante. Che forzare il corpo in quelle condizioni significava rischiare di farsi molto male, magari in modo permanente.

Questa è una delle lezioni più potenti di Simone Biles a Tokio 2020: in un certo momento eccellere può significare ascoltarsi e dar retta al proprio corpo che chiede di fermarsi. Per rigenerarsi e recuperare secondo i tempi e i modi che gli sono necessari. Per risalire la china ed essere di nuovo, e ancor di più, la campionessa capace d’imprese spettacolari. Non ha avuto paura o vergogna di fermarsi e fare un passo indietro.

Un’altra lezione che ci insegna la sua esperienza è non aver paura di ripartire da zero. Dallo zero assoluto. E se lo ha fatto lei con tutti i fari puntati addosso, possiamo farlo tutti noi. Lei, atleta pluridecorata che ha potuto dare il suo nome ad acrobazie che non erano riuscite a nessun altro, non ha avuto paura o vergogna di tornare sul tappetto elastico per fare semplicemente qualche salto. Di quei salti che avrebbe potuto fare un qualsiasi bambino su quel tappetto elastico. Non ha avuto paura o vergogna di ripartire da zero. Queste sono le premesse che la portano ora alle Olimpiadi di Parigi 2024 come una delle massime favorite. Di nuovo e ancor di più.

Il terzo insegnamento che ci lascia è che c’è un tempo per il Fare e c’è un tempo per l’Essere. Quando ci sentiamo carichi, ispirati e motivati, il tempo dell’Essere coincide con quello del Fare (e viceversa). Ma non è sempre sempre così. Quindi non bisogna avere paura o vergogna di lasciare indietro il Fare per tornare a Essere. È l’Essere che dà forma e significato al Fare e non il contrario. É questa la strada maestra per Eccellere. Perchè quando Eccellere è banalmente “performare” possiamo solo sperare che vada tutto bene. Quando invece Essere e Fare sono allineati riusciremo a eccellere qualsiasi siano le condizioni che incontreremo.
Nelle parole di Serena Williams, altra campionessa assoluta, “Simone è un brillante esempio di cosa sia il successo: è quando ti lasci dietro ciò che il mondo pensa di te e raccogli tutte le tue forze da dentro”.

Se sei un atleta dilettante o professionista e necessiti di un percorso di Mental coaching mirato per le tue esigenze, scrivimi a pecorara@gmail.com

MENTAL COACHING: 3 CONSIGLI PER ECCELLERE
1. Non aver paura o vergogna di fermarti e fare un passo indietro, se necessario
2. Non aver paura o vergogna di ripartire da zero
3. Non aver paura o vergogna di lasciare indietro il Fare per tornare a Essere

IN TEMA:
MENTAL COACHING: GLI STRUMENTI DEL MENTAL COACH
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PSICHIATRIA, PSICOLOGIA, PSICOTERAPIA E COACHING: QUALI DIFFERENZE?
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MICROBIOTA INTESTINALE E SALUTE MENTALE: L’ALBA DI UNA RIVOLUZIONE?

Microbiota intestinale e salute mentale

Microbiota intestinale e salute mentale sono connessi in modi profondi, impensabili solo fino a pochi anni fa. Siamo abituati ad associare un buon microbiota al benessere intestinale, ma certo non sospettiamo che possa farci sentire bene modulando l’ansia e lo stress.
Eppure da diversi anni i ricercatori accumulano chiare evidenze cliniche e scientifiche, tanto che non è esagerato pensare di trovarci all’alba di una rivoluzione medico-scientifica!
E sì, perchè tutto questo apre nuovi scenari per la comprensione della genesi dei nostri stati mentali, oltre che nuove forme di terapia farmacologica. Esaltante, no?

Ma facciamo un po’ di chiarezza.
Con “microbiota intestinale” s’intende il complesso di batteri, virus, funghi e lieviti che popolano il nostro intestino. I “batteri buoni” svolgono un ruolo cruciale, tra le altre cose, nella produzione di composti indispensabili alla vita, come vitamine, acidi grassi, aminoacidi e persino neurotrasmettitori, o loro precursori.
Con “microbioma” si intende invece la totalità del patrimonio genetico posseduto dal microbiota, cioè la varietà genetica che è in grado di esprimere.

Ora sappiamo dell’esistenza di una comunicazione bidirezionale tra intestino e cervello, chiamata appunto “Asse intestino-cervello” (Brain-Gut Axis). Ciò significa che il cervello comunica direttamente con l’intestino (attraverso neurotrasmettitori e vie neurali) ed altrettanto sa fare il nostro intestino comunicando in modo diretto col cervello attraverso le vie neurali bidirezionali e producendo a sua volta neurotrasmettitori o loro precursori.
Come lo fa? Non da solo, ma attraverso una fitta rete nervosa (il sistema nervoso enterico) e il lavoro del microbiota che produce molecole organiche vitali per tutto il nostro organismo, compreso il cervello.

E così un microbiota sano, e cioè costituito da numerose e variegate popolazioni di batteri e lieviti “buoni” (i probiotici), regola il nostro benessere fisico e quello mentale.
Chi provando ansia non ha sentito tutto anche nella pancia? È successo a chiunque! Ma ora sappiamo con precisione perchè succede e come; e indagare a fondo l’asse intestino-cervello ci permetterà di saperne ancora di più su come si generano i nostri stati mentali, cosa li mantengono, come e da cosa vengono influenzati e come possiamo agire strategicamente sul microbiota per migliorare il nostro benessere psicologico.
Ad esempio, possiamo già farlo prendendoci cura della nostra alimentazione, aumentando il consumo di alimenti ricchi di fibre prebiotiche (come frutta, verdura, legumi) o di alimenti che contengono naturalmente probiotici (i fermentati come yogurt, kefir, kombucha…). Oppure integrando classi specifiche di probiotici, come alcune specie di Lattobacilli e Bifidobatteri.

Forse siamo davvero all’alba di una rivoluzione: vuoi nella comprensione più accurata del cervello e della mente, vuoi nella formulazione mirata di integratori (prebiotici, probiotici e postbiotici) per favorire la nostra salute mentale, migliorare il sonno e potenziare le risorse cognitive.

Parlerò ancora di questi argomenti, è d’obbligo continuare ad approfondire!
Ma se nel frattempo vuoi saperne di più, scrivimi a pecorara@gmail.com

IN TEMA:
IL CIBO? …FACCIAMOCI PACE
https://www.rossanasilviapecorara.com/il-cibo-facciamoci-pace-mindful-eating/
CERVELLO E INTESTINO: UNA STRADA A 2 CORSIE
https://www.scienzavegetariana.it/mail/news-cervello-intestino.html
MICROBIOTA E CERVELLO
https://fondazionepatriziopaoletti.org/blog/corpo-e-salute/microbiota-e-cervello/
• ASSE INTESTINO-CERVELLO: UNA REVIEW
https://microbioma.it/neuroscienze/asse-intestino-cervello-una-review-per-capire-a-che-punto-siamo-arrivati/

STEFANIA: LA MIA VITA DA EXPAT IN THAILANDIA

Stefania: la mia vita da expat in Thailandia

Vita da expat: partire o restare?
Ci racconta la sua esperienza Stefania, sociologa della comunicazione e giornalista, che da 13 anni vive in Thailandia. Per la maggior parte del tempo abitando a Chiang Mai, e da due anni a Bangkok, che adora!
Una partenza semplice la sua? Zaino in spalla e via? Non proprio, dal momento che Stefania è partita con due gemelle di appena un anno e senza le spalle coperte da un contratto a tempo indeteminato con una multinazionale, come accade a molti che partono dall’Italia per lavoro.
Una partenza quindi coraggiosa, da ponderare e organizzare bene. Un’esperienza da raccontare, insomma! E allora immaginateci virtualmente davanti a un meraviglioso bouquet di frutta tropicale, matura e profumatissima, a parlare di scelte importanti, quelle che svoltano una vita per davvero.

RSP: Stefania, cosa ti ha portato via dall’Italia verso la Thailandia?
S: Quel che mi ha portato a lasciare l’Italia è stata l’Italia! La parte brutta della cultura italiana, intendo. E cioè il clientelismo, l’assenza di merito, il disinteresse per la cosa pubblica… quella spirale discendente di degrado urbano e sociale. E così andare a vivere all’estero per me è stato un passaggio naturale.

RSP: Vivi in Thailandia e lavori come giornalista free-lance da tanti anni: ti riconosci come nomade digitale?
S: Mi riconosco più nell’aggettivo che nel sostantivo. Non sarei riuscita a portare il mio lavoro con me se non ci fosse stata la rivoluzione digitale, ma non sono nomade. Anzi, direi che sono piuttosto stanziale! Il viaggio, semmai, è nel tempo. Considerato il fuso orario che mi separa dall’Italia (che è il paese con cui più lavoro), vivere in questo angolo di mondo mi ha offerto più tempo nelle mie giornate. Mi sveglio quando l’italia dorme ancora ed è tutto tempo “regalato”…

RSP: Non è raro che la vita da expat presenti complicazioni e imprevisti. A volte è semplicemente la nostalgia di “casa”, quella che un po’ romanticamente si chiama “expat blues“. E per te, quali sono stati i momenti più critici della tua vita da expat? Cosa ti ha permesso di superarli? 
S: Più che l’expat blues, ho provato infiniti momenti di expat joy! A me l’expat blues viene quando sto troppo a lungo lontano da qui… il passaggio dall’ora legale all’ora solare mi fa salire una malinconia! I momenti più critici della mia vita qui credo di averli provati all’inizio, quando mi sono trovata con due bimbe piccole nella casa che avevamo affittato e il giardino era infestato da centopiedi (che qui sono velenosi!). Per il resto, amo tutto: gli scrosci del monsone, le nuvole bianche che corrono veloci nel cielo, le rane di notte (le sento gracidare anche in città!)… e poi questo strano mix di tradizione e modernità, la cortesia e, non da ultimo, il fatto di sentirmi a casa in un posto che non è quello dove sono nata e cresciuta.

RSP: A chi sta decidendo proprio ora se fare questo grande passo o no, cosa diresti per aiutare a decidere in un senso (andar via dall’Italia) o nell’altro (restare)? 
S: Da tutti i miei viaggi, e preciso che avevo già vissuto all’estero in un doppio anno sabbatico prima dell’università, ho imparato che chi parte non è mai chi torna. Bisogna essere consapevoli che partire è mettersi in gioco al 100%: cambiano i rapporti, le prospettive, cambiamo noi, cambia veramente tutto! Quanto a prendere una decisione è facilissimo: a un certo punto, uno dei piatti della bilancia – partire o restare – peserà di più. La bilancia è il cuore. Si parte con il cuore, perché è dove sta il coraggio. Nessun calcolo potrà mai prevedere il futuro che è imprevedibile. Nel bene e nel male.

RSP: Certo, esiste un quota di rischio connessa all’andar via. Ma forse sottovalutiamo la quota di rischio che ci assumiamo col restare. Del tipo: cosa rischiamo di perdere a non partire? Quali opportunità non potremo cogliere? Di solito non ci pensiamo, perchè laddove le cose sono “ignote” tendiamo ad amplificare il rischio; se rimaniamo dove già stiamo è facile illuderci di saper tutto, di avere pieno controllo… Stefania, pensi di ritornare un giorno in Italia? E a quali condizioni? 
S:Torno ogni estate, ma non penso di ritornare per sempre. Non sopravviverei al primo inverno, mi mancherebbe la libertà, lo spazio, la natura e anche il fatto di sentirmi expat. Quella sensazione esaltante dell’aereo in decollo la provo ancora adesso!

IN TEMA:
Sorellanza, il superpotere delle expat
https://www.rossanasilviapecorara.com/sorellanza-il-superpotere-delle-expat/
Minfulness per expat: perchè funziona
https://www.rossanasilviapecorara.com/mindfulness-per-expat-perche-funziona/
• Coppie miste: la sfida della complessità
https://www.rossanasilviapecorara.com/coppie-miste-la-sfida-della-complessita/

INFO UTILI
Ambasciata d’Italia a Bangkok
https://ambbangkok.esteri.it/it/